La scorsa notte un incendio ha distrutto il cantiere navale di Gianfranco Franciosi costruttore di barche di Ameglia in Liguria, ex testimone di giustizia ed ex infiltrato tra i narcotrafficanti sudamericani. Sono andati a fuoco i capannoni, i materiali, i motori marini e alcuni scooter. Per Franciosi è solo ultimo capitolo di una vicenda che gli ha distrutto la vita.

Nel 2008 infatti, decise di collaborare con lo Stato infiltrandosi in un cartello di droga colombiano, risultando decisivo per l’arresto di molti trafficanti. Questa scelta però gli ha fatto perdere tutto: lavoro, soldi e incolumità personale.

Tutto inizia quando due uomini si presentano alla sua azienda nautica con un richiesta particolare: un gommone con un motore modificato in cambio di 50mila euro con un anticipo di 25mila. La proposta insospettisce Franciosi che va subito a denunciare il fatto. Il costruttore ligure scopre che i due uomini sono in realtà due trafficanti alla ricerca di un mezzo per trasportare i carichi di droga negli ultimi chilometri di mare. Decide così di accettare la proposta delle forze dell’ordine di infiltrarsi nel cartello colombiano e passare informazioni alla giustizia. Per quattro anni Franciosi ha una doppia vita e nel 2008, la polizia italiana e spagnola riescono a sequestrare oltre cinque tonnellate di cocaina grazie alla sua collaborazione.

Dopo gli arresti dei narcotrafficanti, l’infiltrato italiano diventa testimone di giustizia. Viene trasferito in una località protetta e gli danno una nuova identità, ma la sua vita si svuota completamente: non riesce a trovare un lavoro perché, come previsto dal programma, non ha il codice fiscale e vive solo dell’assegno che gli arriva dallo Stato. Dopo due anni, decide di uscire dal programma di protezione e prova a ripartire da zero dalla sua liguria e dal suo cantiere.

Federico Ruffo, giornalista di Presa Diretta, per primo ha raccontato la sua storia in un libro, “Gli orologi del diavolo”, e ha deciso di devolvere a Franciosi il primo assegno ricevuto dal suo editore per aiutarlo a farlo ripartire dopo anni di inattività forzata. L’incendio di ieri sera è l’ennesimo stop subito dall’imprenditore ligure. Gli inquirenti hanno tuttavia escluso che gli autori dell’attentato possano essere collegati ai narcotrafficanti del cartello sgominato grazie a Franciosi. Si ipotizza invece la pista della concorrenza industriale dato che il costruttore stava lavorando a un prototipo in vetroresina per il Salone nautico di Genova.

“Chiedo al prefetto di La Spezia – dice il deputato Pd Davide Mattiello, che in commissione Antimafia coordina il gruppo di lavoro che si occupa di testimoni di giustizia, collaboratori e vittime di mafia – di prevedere una protezione per Franciosi e la sua famiglia almeno fino a quando non saranno chiare le cause del grave incendio che questa notte ha colpito il suo cantiere”.