Sta per tornare X Factor, ma già Sky mostra le selezioni degli aspiranti concorrenti e già accade che al giovedì il soggiorno di casa ci si riempia di ventenni e trentenni attrezzati di birra e patatine con libertà di sfogo esofageo, neanche fosse in programma il derby o un dibattito fra Renzi e D’Alema. E perfino noi – che in genere ce ne stiamo serrati in altro, più ristretto, ambiente a zappare fra brandelli di programmi fino a beccare quello (in genere un action) che ci accompagni al sonno – siamo costretti ad aggregarci spinti dalla voglia di capire il perché di tanto entusiasmo.

Alla fin fine ci pare che la risposta vada cercata nel fatto che XFactor è un “programma mondo”. In questo senso, quel che più ci ha colpito è stata la perfetta sovrapposizione fra la pubblicità e il programma che, più che ospitarla, la amalgama. Stesse luci, stessi ritmi, stessi editor (si direbbe). Non una interruzione del programma, ma una sua manifestazione, come la giuria, gli aspiranti e i loro parenti. Una consustanzialità che ha raggiunto il vertice quando fra gli sponsor è comparso Max Factor (e qui siamo alla casuale assonanza con il titolo del programma) ma che ha rivelato la sua lontana matrice retorica al momento dell’epifania, quando si è palesata la inconfondibile sagoma di una bottiglia di Coca Cola. E lì non era difficile scorgere la continuità fra il fraterno apparato di XFactor e quei coretti di un tempo, intonati da giovani e benevolenti schiere propense all’abbraccio e all’intesa universale, manco avesse avuto ragione Fukujama a sancire la fine della Storia e delle sue rudezze.

Unica differenza, ci pare, la garantita assenza di zuccheri nella Coca d’oggi, perché i problemi della Storia passano, ma quelli della Linea restano. Ovviamente XFactor richiama lo stesso pubblico che segue Amici di Maria De Filippi e The Voice, che non sappiamo se ricomparirà su Rai2, giacché siamo sempre lì: all’incrocio fra Reality, Corrida e Sanremo Giovani che sembra costituire la pietra filosofale del successo in televisione. E che è la dimostrazione che i famosi ascolti non è affatto vero che si ottengono con la banalizzazione di forme e contenuti, anzi.

Tant’è che, a spiare di sottecchi gli spettatori che avevamo a portata di mano, li vedevamo:

a) competenti di musica e non semplici canzonettari (perché di musica per divertirti con questi talent devi capirne qualcosa, così come devi avere qualche erudizione calcistica per non addormentarti al Processo del Lunedì);
b) sadici quanto basta per stare al format, ma senza ferocia rispetto all’emozione dei non professionisti che si esibiscono;
c) attenti a giudicare più che quelle sul palco, le performance dei giudici, che loro sì, sono i veri giudicati.

Una domanda ci resta: perché RaiUno stia ferma alle canzoni dei bambini e non si spinga anch’essa in questi territori. Paura di perdere i nonni? O incrostazioni di consuetudini produttive?