Dopo le polemiche sui giornali e i botta e risposta da lontano, lo strappo nella maggioranza è ufficiale. La minoranza Pd ha lasciato il tavolo della trattativa con il governo per la riforma di Palazzo Madama e gli emendamenti per l’elettività diretta dei senatori, ovvero il nodo della contesa, in commissione sono stati dichiarati inammissibili. La prima rottura è avvenuta durante l’incontro mattutino del Partito democratico. “Questa riunione non serve più perché Matteo Renzi non vuole dialogare”, ha detto sbattendo la porta la capogruppo bersaniana in commissione Affari costituzionali Doris Lo Moro. “Siamo a un binario morto”, hanno commentato i dissidenti. Poi il dibattito si è spostato in commissione dove è iniziata la discussione nel merito delle richieste di modifica. Già domani, 16 settembre, il Pd – per volontà del presidente del Consiglio – chiederà la calendarizzazione del testo in Aula, che lui vorrebbe approvato – come ha ripetuto più volte – entro il 15 ottobre perché poi arriva la legge di Stabilità. Ma il pressing di Palazzo Chigi ha irritato la presidenza del Senato che ha tenuto a precisare che il calendario lo decide Piero Grasso con i capigruppo e non il governo (il democratico Luigi Zanda ha infatti subito corretto il tiro dicendo che chiederà la conferenza dei capigruppo). 

Lo scontro è essenzialmente sull’articolo 2 del testo di riforma della Costituzione: nel provvedimento già approvato in lettura conforme alla Camera e al Senato si prevede che i senatori non saranno eletti dai cittadini. La minoranza Pd ha presentato alcuni emendamenti, ma all’avvio della discussione in commissione la presidente Anna Finocchiaro ha dichiarato che “sono inammissibili senza un accordo politico”: “L’articolo 104 del regolamento”, ha detto, “permette di presentare emendamenti solo nelle parti del testo toccate da modifiche della Camera. Per questo motivo verranno ammessi gli emendamenti solo al comma 5 dell’Articolo 2, nel quale Montecitorio ha cambiato una preposizione (‘nei’ è diventato ‘dai’). Le modifiche ai testi approvati con doppia seduta conforme sono modificabili solo se c’è l’accordo di tutti i gruppi parlamentari, secondo il principio del diritto parlamentare del ‘nemine contradicente'”.

L’ultima possibilità resta quella che le richieste di modifica siano presentate direttamente in Aula e lì a decidere sarà Pietro Grasso. Anche se la scelta della Finocchiaro “sulla base del regolamento” determina già un forte precedente. Insomma dal governo non sembrano esserci aperture per le modifiche sul punto che la minoranza Pd dice imprescindibile perché ci sia il loro appoggio al provvedimento. “Non vedo possibile un’intesa”, ha ribadito l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano, “al di fuori del percorso indicato dalla presidente Anna Finocchiaro sopratutto se si vuole riaprire la scelta di un Senato che rappresenti le istituzioni territoriali”.

Intanto la maggioranza smentisce che ci sia una rottura e promette che si raggiungerà un’intesa per l’approvazione entro il 15 ottobre. “C’è serenità e impegno a trovare un’intesa che tenga dentro tutto il partito e allarghi il consenso su una riforma che va portata fino in fondo”, ha detto il capogruppo dei deputati Pd Ettore Rosato. “Verdini ha già votato questa riforma – ha aggiunto, commentando le parole di Pier Luigi Bersani – mi sembra l’approccio sbagliato. Dopo di che le riforme costituzionali abbiamo sempre inteso di farle nel modo più ampio possibile, continuiamo a considerare importante l’allargare il più possibile l’interesse del Parlamento su una riforma che riguarda il Paese tutto”.

Il problema per il governo ora sono i numeri tra la minoranza Pd che potrebbe venire a mancare, l’incognita di Forza Italia e i dissidenti dentro Ncd. “Il governo andrà alla conta è spero che faccia bene i conti”, ha detto il senatore di Fi Paolo Romani annunciato che insieme alla Lega chiederanno di istituire “un comitato ristretto” per fare il punto sul ddl Riforme. “Chiederemo”, ha spiegato, “insieme a Calderoli di istituire un comitato ristretto per vedere se c’è veramente la volontà di portare in porto le riforme. Si può emendare l’articolo 2, come ha giustamente ricordato Finocchiaro, solo se tutti i gruppi fossero d’accordo. Ma tutti i gruppi non sono d’accordo perchè il Pd non vuole toccare l’articolo 2”.