Sono trascorsi otto anni da quando l’espressione hipotecas basuras (mutui subprime) campeggiava sulle prime pagine dei quotidiani. Nell’agosto 2007 in Spagna nessuno immaginava quel che di lì a poco sarebbe accaduto. Per l’ex premier José Zapatero si trattava solo di un “rallentamento” economico, ma in pochi mesi la bolla immobiliare è esplosa, il contagio è diventato evidente e la crisi lampante. Le misure non sono tardate ad arrivare: tagli profondi alla spesa pubblica e dure riforme del lavoro, il tutto sotto lo stretto controllo di Bruxelles. Oggi il governo di Madrid, in vista delle elezioni di dicembre, annuncia che i sacrifici “hanno dato i loro frutti” e ha messo a punto una legge di Stabilità per il 2016 che sembra aprire a “un nuovo periodo di crescita e di creazione di posti di lavoro”. Di certo i dati macroeconomici parlano chiaro: nel secondo trimestre, l’economia è cresciuta dell’1,1% rispetto al primo trimestre e del 3,1% su base annuale. Numeri che riportano la traiettoria del Pil ai livelli pre-crisi.

“Le imprese ripartono, i guadagni delle famiglie no” – Ma per le strade della capitale la percezione di una ripresa è ancora lontana, come sottolineano sindacati e collettivi sociali. Anche gli analisti sembrano essere cauti. Per Emilio Ontiveros, professore di Economia aziendale all’università Autonoma di Madrid, “il recupero in termini statistici è un dato di fatto. Ma è una ripresa i cui effetti non vengono percepiti in egual misura: i rendimenti delle imprese crescono, quelli delle famiglie no. E questo anche perché il lavoro che si sta creando è sottopagato e temporaneo. Se aggiungiamo che una parte dei disoccupati non ha diritto a una protezione sociale, abbiamo una visione completa di come la realtà statistica sia percepita in maniera diversa”, spiega il docente e presidente dell’istituto Analisti finanziari internazionali.

In un giorno licenziate più di 330mila persone – La crisi iberica ha lasciato sul campo ben 7 punti percentuali di Pil. E la ripresa spagnola, tanto sbandierata dal governo conservatore del premier Mariano Rajoy, stride con il fatto che ci sono ancora oltre 5 milioni di disoccupati, di cui la metà senza un lavoro da almeno un anno. Lo scorso 31 agosto è stato ribattezzato “lunedì nero”: secondo i dati del ministero del Lavoro, quel giorno sono state licenziate in tronco 333.107 persone. Una cifra mai registrata nella storia occupazionale spagnola. Per molti si tratta del risultato di un forte aumento della precarietà dei contratti, ma anche della mancanza di fiducia degli imprenditori e soprattutto dell’assenza di un modello economico capace di creare lavoro stabile.

Sotto la soglia di povertà 2,5 milioni di bambini – A pagare il prezzo più alto della recessione, poi, sono state le famiglie più povere. “Basta guardare i dati di Eurostat“, dice Thomas Ubrich del dipartimento spagnolo di Save The Children. Il reddito delle famiglie decresce e la povertà continua ad aumentare in maniera preoccupante, dal 4,4% del 2007-2008 al 7,4% del 2013″. “Parliamo di famiglie che vivono con 4mila euro l’anno“, tiene a sottolinea Ubrich. E i bambini sono i più colpiti. La percentuale di minori che vive sotto la soglia di povertà si allarga, tant’è che la ong ha lanciato una campagna sociale con tanto di manifesti sparsi per le strade e le piazze. “Le cifre aumentano, nel 2014 addirittura di tre punti. Oggi ci sono circa 2,5 milioni di bambini spagnoli che vivono sotto la soglia dell’indigenza. Se consideriamo poi l’Arope, l’indicatore economico europeo, un bambino su tre vive già in stato di povertà”, continua il responsabile del dipartimento delle politiche infantili di Save the Children, che aiuta più di 5mila minori tra Madrid, Barcellona, Valencia e Siviglia. Una situazione preoccupante che priva i minori di opportunità d’istruzione, nega l’accesso ai servizi sanitari, non consente una dieta sana, una casa e un ambiente familiare idoneo. “Finora il governo non si è mosso sul tema delle politiche sociali”, taglia corto Ubrich, “e quelle poche iniziative sono state insufficienti visto che oggi la Spagna investe solo l’1,4% del suo Pil in politiche di protezione sociale rispetto al 2,3% della media europea”.

Insomma, il recupero economico di Madrid è tutto sulla carta. “L’Eurozona ha sbagliato”, è la diagnosi dell’economista Ontiveros. “E i risultati si vedono: la crisi è nata negli Stati Uniti, che tuttavia stanno crescendo più e meglio di noi. La ragione sta proprio nelle politiche: non hanno scelto l’austerity come unica terapia. Il risultato adesso per l’Eurozona è una potenziale crescita lenta e vulnerabile”.

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