Oltre 62mila arrivi nel 2011, 13mila nel 2012, 43mila nel 2013, più di 200mila nel 2014 e oltre 350mila nei primi 8 mesi del 2015. Sono questi i numeri degli sbarchi di immigrati sulle coste italiane e greche dopo lo scoppio delle Primavere arabe. Un trend crescente che, sostiene Gian Carlo Blangiardo, professore di Demografia all’Università Bicocca di Milano ed esperto di flussi migratori della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità), non giustifica però chi parla di invasione: “Sono speculazioni che si leggono sui giornali o che escono dalla bocca di alcuni politici. Non si può parlare di invasione se sbarcano centinaia di migliaia di persone in un continente come l’Europa che conta una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti”. Il discorso è diverso per il termine “emergenza”: “Ѐ oggettivamente una situazione di emergenza – continua il professore – ma la causa non è il crescente numero degli immigrati, bensì la mancanza di preparazione e programmazione dei Paesi dell’Unione Europea. Nei prossimi 20 anni potremmo parlare di milioni di arrivi, quella potrebbe diventare la vera emergenza”. 

Con lo scoppio delle Primavere arabe in Nord Africa e Medio Oriente, si è assistito a oltre 60mila sbarchi sulle coste italiane nel 2011. Numeri che sono scesi drasticamente l’anno successivo per risalire subito, però, nel 2013. Fino al boom del 2014 e della prima parte del 2015, a causa anche dell’ascesa dello Stato Islamico in Siria e Iraq che ha portato anche allo sviluppo della rotta balcanica. Nel 2014, infatti, sono stati 170mila gli arrivi in Italia, lo 0,28% della popolazione, e 34mila in Grecia, dove inizia la rotta dei Balcani. Nei primi otto mesi del 2015, invece, la situazione si è ribaltata, con l’Italia che ha registrato 116mila arrivi, lo 0,19% della popolazione, mentre la Grecia è salita fino a 245mila. “Nonostante questo picco – continua Blangiardo – non siamo comunque di fronte a cifre che, se si analizza il fenomeno da una prospettiva europea, possono giustificare lo stato di difficoltà in cui ci ritroviamo. La percezione della popolazione, invece, è una cosa diversa: è ovvio che chi vive con un reddito basso e aspira a dei sussidi utilizzati, però, per l’assistenza agli immigrati percepisce il problema come molto grave”.

Se si sommano i numeri degli arrivi dal 2011 ad oggi, arriviamo a un totale di 668mila nuovi immigrati che rappresentano lo 0,13% della popolazione dei Paesi membri dell’Unione Europea. “In una situazione ideale – continua Blangiardo – tutti gli Stati membri si siederebbero intorno a un tavolo e, sulla base di principi comuni, si spartirebbero i migranti: chi ha più possibilità ne accoglie di più, così questi numeri non sarebbero un problema. La realtà è che ogni governo guarda agli interessi nazionali e in questi anni non si è riusciti non solo a trovare un accordo, ma a cercare di farsi trovare pronti per un fenomeno che era stato ampiamente previsto”.

In aggiunta, parte dell’Unione Europea sono anche Stati, come quelli baltici o alcuni Paesi dell’est, che non sono in grado di accogliere immigrati: “Pensiamo alla Romania, alla Lituania, alla Lettonia – spiega il docente – Sono Stati di emigrazione. Come può un governo far accettare a una famiglia che ha visto espatriare i propri figli l’arrivo di immigrati da Africa o Medio Oriente? Ѐ impossibile”. Anche un Paese economicamente forte e dotato di ottime strutture di accoglienza come la Germania rischia, secondo il professore, di risentire dei flussi che rischiano di concentrarsi nell’Europa centrale. “In qualità di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con buone infrastrutture, uno Stato sociale funzionante e un solido surplus economico, siamo nella posizione di far fronte”, ha dichiarato il ministro del Lavoro e degli Affari sociali tedesco, Andrea Nahles, a proposito delle previsioni che vogliono 800mila arrivi in Germania solo nel 2015. “Dobbiamo avere più distribuzione dei rifugiati, perché non si vede la fine del problema – ha però aggiunto – Sarebbe molto più facile se non ci fosse pressione solo su Svezia, Germania e Austria“.

Se la mancanza di programmazione economica, di cooperazione a livello europeo e di preparazione interna ai singoli Stati ha portato difficoltà appena gli arrivi sono aumentati a causa dei conflitti, le prospettive per i prossimi anni sembrano essere ancora più problematiche. “Adesso qualcuno parla di invasione da parte di qualche centinaio di migliaia di immigrati all’anno – conclude Blangiardo – Se non si pensa a programmare in base alle previsioni per i prossimi anni, la situazione sarà molto più complicata. Non sono le guerre ad alimentare i grandi numeri, ma la povertà e la fame, le cosiddette migrazioni economiche (che seguono soprattutto la rotta italiana, passando dalla Libia, ndr). La Siria non è un Paese estremamente povero e popoloso come quelli dell’Africa sub-sahariana. La guerra prima o poi finirà e la situazione rientrerà. Ma nei prossimi 20 anni, la Nigeria avrà 40 milioni di persone in più di oggi in età da lavoro, mentre l’Etiopia 25 milioni. Non parlo di calcoli ipotetici, questi sono i bambini che oggi hanno 10 anni e tra 20 saranno trentenni. Chi darà loro lavoro, cibo, acqua e assistenza? Se non iniziamo a pensare di aiutare questi Paesi a svilupparsi economicamente, creando infrastrutture, rilanciando l’economia e, perché no, organizzando migrazioni circolari (trasferimenti periodici fuor dal Paese per lavori stagionali, quando la richiesta è più alta, ndr), sarà con questi numeri che avremo presto a che fare”.

Twitter: @GianniRosini