“Ma voi siete mai andati a fare un’operazione nelle zone dei Casamonica?”. I vigili urbani di Roma si difendono dall’accusa di aver “protetto” il funerale da padrino di Vittorio Casamonica. Dalle colonne del Messaggero parla uno dei dieci agenti che era in servizio giovedì mattina durante le esequie show del capo clan: tra petali di rosa lanciati dall’elicottero, manifesti inneggianti al “Re di Roma” e orchestra che intonava la musica di Nino Rota. Il poliziotto non si sofferma sui permessi, le autorizzazioni, le polemiche sui mancati controlli che sono al centro dello scaricabarile tra questura, prefettura e Comune. Parla da chi lavora sul campo ed è costretto a fare i conti anche con la paura. Perché che aria tirasse davanti alla chiesa Don Bosco si era capito subito. Non solo folklore e cattivo gusto – come hanno sostenuto diversi commentatori in questi giorni – ma anche minacce.

Alcuni residenti dell’Anagnina hanno raccontato che i parenti del capofamiglia hanno intimidito la polizia locale, costretta ad assistere impotente al corteo di suv e motorini: “Qui ci pensiamo noi”. Messaggio chiaro. Ancora più esplicita la violenza di oggi contro la troupe del programma di Rai 3 Agorà: un cameraman spintonato e ferito perché effettuava delle riprese in via del Quadraro, dove abitano esponenti della famiglia, due di loro sono stati arrestati. Stesse scene viste 24 ore prima all’eliporto di Terzigno, in provincia di Napoli, dove alcuni individui hanno minacciato di morte il videomaker del sito Fanpage.it che ha scoperto la pista da cui si è levato in volo l’elicottero che ha lanciato petali sul corteo funebre.

“Avevamo paura? Noi quando operiamo dobbiamo pensare a tante cose. Anche alla nostra sicurezza personale”, si sfoga il vigile. “Voi la fate tanto facile a parlare, ma vi rendete conto che quando si parla di mafia e camorra non è un gioco”. Nessun tribunale ha mai affibbiato una condanna per mafia ai Casamonica, ma il clan sinti non usa i guanti di velluto quando si tratta di risolvere i problemi o c’è da convincere qualcuno a pagare. Nessuno tra i 1000/1500 esponenti dei vari nuclei familiari che compongono il clan (De Rosa, Di Guglielmo, Spinelli, La Rocca, Cesa e Spada) ha mai subito una condanna per omicidio e loro stessi lo rivendicano con orgoglio, quasi come ostentano la loro ricchezza pacchiana. Ma, fa capire il vigile nel suo sfogo, intimidazione e condizionamento della vita pubblica possono esistere anche senza il marchio ufficiale del 416bis e delle organizzazioni mafiose storiche.

D’altronde l’ascesa criminale dei Casamonica è avvenuta nonostante l’assenza di quarti di nobiltà mafiosa. La scalata iniziata negli anni Settanta li ha portati dall’Abruzzo fino al dominio sulle borgate meridionali capitoline della Romanina, della Anagnina e di Porta Furba. Gli esponenti della famiglia sono riusciti a tenere testa al clan dei marsigliesi che con le “Tre B” (Bergamelli, Bellicini e Berenguer) faceva piazza pulita dei vecchi capi della mala romana, e ai “ragazzi di malavita” della Magliana che di lì a qualche anno sarebbero diventati i padroni di Roma, oltre che al clan di camorra dei Senese e di ‘ndrangheta dei Piromalli, dei Molé e degli Alvaro. I Casamonica parlano con tutti e vengono rispettati da tutti. E nel giro di 40 anni diventano l’organizzazione criminale più radicata del Lazio. Senza essere considerati mafiosi, appunto, almeno a livello giudiziario. Droga, estorsioni, usura: questi i business principali. Gestiti senza mai sparare un colpo. E che valgono – secondo un rapporto della Dia riportato da Repubblica – un patrimonio da 90 milioni di euro.

I Casamonica non amano le armi. Non si tirano mai indietro però quando c’è da menare le mani per difendere gli affari. O per rimarcare il proprio potere sul territorio, anche per questioni banali: fidanzati di sorelle o figlie poco graditi o un marmista iraniano che pretende di essere pagato, come ricostruisce Repubblica. O – ultimo episodio in ordine di tempo – l’aggressione in via Quadraro di oggi a Roma contro i giornalisti di Agorà che sono “stati circondati da una decina di persone”. “Un uomo mi ha minacciato di morte dicendomi ripetutamente ‘ti ammazzo se non mi dai la telecamera’”, ha raccontato l’inviato Alfonso Iuliano, che ha conosciuto personalmente i “metodi” Casamonica.

Come sia stato possibile assistere allo spettacolo di giovedì, lo spiega in parte un altro vigile con una lettera pubblicata sul blog del sindacato Sulpl: “Ci siamo barcamenati nel chiudere i vari incroci presenti sul percorso delle 200 e più macchine. Abbiamo incanalato il corteo fino a piazza Don Bosco, cercando di creare il minimo disagio possibile, C’erano moto e scooter tutte con conducenti senza casco, ma non potevamo opporci a questo, per ovvi motivi“.