“Molte persone dal dialetto emiliano e non solo, mi dicevano di farmi i fatti miei. Poi le minacce e due volte mi sono state tagliate le gomme della macchina”. Dal sesto piano di un palazzo nella periferia di Bologna Donato Ungaro si gode il panorama della città. Dalla ‘sua’ Brescello continuano ad arrivare notizie di ‘ndrangheta: l’ultimo fatto finito sulle cronache è un nuovo sequestro, ai primi di luglio, a carico ancora di Francesco Grande Aracri, il condannato per mafia che il sindaco definisce “educato”. Il paese poi è fra quelli al centro dell’inchiesta Aemilia, quella con cui i pm ritengono di avere sgominato una vera ‘ndrina emiliana: “Qualcuno – racconta oggi Donato – mi ha chiesto dopo la notizia di quella inchiesta che cosa pensassi: beh, queste cose io le dicevo già nel 2003”. 

Per anni quando era vigile urbano e allo stesso tempo corrispondente per la Gazzetta di Reggio dal paese di don Camillo e Peppone, quella comunità la aveva osservata e raccontata. Il lavoro di vigile lo aveva perso molto presto. Nonostante avesse l’autorizzazione per fare anche il cronista, nel 2002 l’amministrazione di Brescello decise di licenziarlo per “incompatibilità”. In sostanza, scrisse il Comune nella lettera di benservito, Donato dedicava troppo tempo al giornalismo e c’era il rischio che col doppio lavoro violasse il segreto d’ufficio. A capo del Comune allora c’era il sindaco Ermes Coffrini. “Il mio ruolo di cronista – racconta Ungaro – diventò scomodo quando a Brescello si iniziò a parlare di una centrale turbogas proposta dalla Ansaldo. Era un progetto a cui alcuni cittadini si opponevano, ma era anche una centrale che avrebbe potuto portare molti introiti al Comune. In quei mesi inoltre – prosegue l’ex vigile urbano– dopo la segnalazione che mi fece una dottoressa, pubblicammo anche un articolo su un aumento di tumori in zona. Il sindaco si arrabbiò molto e iniziò una procedura disciplinare nei miei confronti”. La centrale turbogas, mai costruita, non c’entrava niente con quei dati sui tumori, ma intanto, ricorda Donato, “forse anche dopo quelle polemiche sulla salute dei cittadini, Ansaldo preferì abbandonare il progetto. Il Comune ha visto sfumare i suoi introiti, gli imprenditori che avevano già in parte acquistato i terreni si sono trovati in mano investimenti che non avevano portato ai risultati sperati. Così, con la scusa che avevo dato notizie riservate o comunque che il mio doppio ruolo non era gradito, sono stato licenziato dal Comune”, spiega Ungaro.

Nelle scorse settimane la Cassazione ha confermato che quel licenziamento era illegittimo e Ungaro avrà presto un indennizzo economico. Da sentenza gli spetterebbe anche il reintegro, ma l’amministrazione davanti a un giudice avrebbe già fatto sapere di non essere d’accordo a un suo ritorno in servizio. Intanto però nelle stesse settimane l’amministrazione, oggi guidata dal figlio di Coffrini, Marcello, è sotto l’occhio di una commissione d’accesso nominata della prefettura che sta verificando se il municipio abbia conosciuto oppure no infiltrazioni mafiose. “Ho visto che c’era qualcosa ma forse non contatti diretti con esponenti della criminalità organizzata. Mi ero reso conto per esempio che c’erano delle situazioni anomale relativamente a una azienda che operava a Brescello, la Bacchi di Boretto”, spiega oggi Ungaro. “In paese tutti sapevano che aveva attività non propriamente legali sul Po: estraeva sabbia abusivamente”, racconta l’ex vigile, che con un suo filmato del 2004 aveva anche portato all’apertura di una indagine da parte della procura di Reggio Emilia su quelle presunte escavazioni illegali. Un’indagine, va precisato, che non ha poi mai portato ad alcuna condanna per la ditta Bacchi. “C’era una certa vicinanza tra questa azienda e l’amministrazione comunale di Brescello – prosegue Ungaro – e questa vicinanza è divenuta scomoda quando nel 2011 il prefetto di Reggio Emilia ha stabilito che la Bacchi non poteva più lavorare per la pubblica amministrazione per una interdittiva antimafia. C’erano accertati contatti tra esponenti di ‘ndrangheta e Cosa nostra con la ditta Bacchi Aladino e figli”.

Intanto nel 2008 Donato capisce che deve trovarsi un altro lavoro, vivere di sole collaborazioni giornalistiche non basta. Va a Bologna dove inizia a fare l’autista dei bus, anche se il pallino del giornalismo rimane. Intanto però la sua Brescello sale agli onori delle cronache quando il sindaco Marcello Coffrini un anno fa davanti alle telecamere della web tv Cortocircuito definisce Francesco Grande Aracri, uno “molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”. Per queste parole Coffrini finisce nella bufera, in molti chiedono le sue dimissioni. “Forse da parte di Coffrini è stata commessa una ingenuità”, commenta oggi Ungaro. “Noi a Brescello ripudiamo la mafia”, si è sempre difeso il primo cittadino, “ho fatto autocritica sul contenuto delle mie dichiarazioni e ho ricevuto sul punto la fiducia del consiglio comunale”.

Nel 2003 invece, ai tempi in cui era sindaco il padre di Marcello Coffrini, Ermes, un barista racconta di essere stato minacciato da persone che gli chiedevano il pizzo. Subito affigge un cartello: “Chiuso per mafia” e abbassa le serrande. Ermes Coffrini reagisce preannunciando cause legali per tutelare il nome di Brescello e la revoca della licenza al barista. Poi assicura: di organizzazioni criminali “non risulta il radicamento nei nostri territori”. In una intervista di quegli stessi giorni anche Ermes parla di Francesco Grande Aracri, che allora era già stato arrestato, ma ancora non era stato condannato per mafia: “A noi non risulta nulla, qui si è sempre comportato bene, ha fatto anche dei lavori in casa mia e si è visto assegnare dei lavori dal Comune”.

Eppure è dagli anni Novanta che sulle rive del Po si parla di mafia. Nell’operazione Aemilia del gennaio 2015 viene arrestato Alfonso Diletto, residente a Brescello e oggi considerato dai pm della Dda di Bologna uno degli organizzatori della presunta associazione mafiosa emiliana. Nel 2009 sua figlia 19enne era stata candidata alle elezioni comunali anche nella lista Forza Brescello senza riuscire peraltro a essere eletta. Nel 2015 Diletto è finito al regime del 41 bis, lo stesso applicato a Totò Riina e Bernardo Provenzano.