Poche questioni del dibattito attuale riescono a resuscitare il giornalismo più pessimo come i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt). “Da uomo a donna senza bisturi”, ad esempio. È con questo (orribile) titolo che un articolo dell’Huffington Post di ieri annunciava la pubblicazione di un’importante sentenza della Corte Suprema di Cassazione in materia di rettificazione dell’attribuzione di sesso, e cioè di modifica dei dati anagrafici (sesso e nome) di una persona da uomo a donna e viceversa.

Quello del transessualismo non è un tema su cui è possibile semplificare, banalizzare o scherzare. È un tema che attiene alla sfera della persona, della sua salute e della sua autodeterminazione. Esso ci parla della possibilità che alla distonia, riscontrabile in una minoranza di individui, tra sesso biologico ed identità sessuale, cioè la condizione di chi è fisicamente uomo ma si percepisce come donna e viceversa, venga posto rimedio attraverso il diritto e non solo mediante la chirurgia estetica.

Se n’è accorta la Corte di Cassazione, che nella sentenza di ieri ha infatti notato, anzitutto, che “[i]l transessualismo si richiama ad un paradigma complesso in base al quale l’interazione di fattori biologici, psicologici e sociali influenza la costruzione dell’identità di genere. La chirurgia in tale prospettiva non è la soluzione ma solo un eventuale ausilio per il benessere della persona.”

Già, benessere della persona. È questa, e non altra, come invece certe testate giornalistiche vorrebbero farci credere, la chiave di volta della questione affrontata dalla Cassazione. Da un lato, come ho avuto modo di spiegare in alcuni miei commenti a sentenze di merito recenti, la legge sulla rettificazione dell’attribuzione di sesso (L. 14.4.1982, n. 164) non è del tutto chiara nell’imporre, come pure ha ritenuto taluna giurisprudenza, l’operazione chirurgica quale requisito per ottenere la rettificazione. Dall’altro, si tratta di una questione attinente ai diritti fondamentali della persona: se nessuno può essere sottoposto a un intervento chirurgico senza il proprio consenso (l’articolo 32 della Costituzione è, invece, piuttosto limpido sul punto), allora nessuno può essere costretto a subire un intervento ove esso si riveli non necessario, inutile o dannoso, previo accertamento medico svolto tramite perizia sul diretto interessato.

Qualche giornalista disinformato e il solito politico becero dell’ultim’ora stanno già gridando allo scandalo. Ora, dicono, ci sarà una valanga di “transizioni”, si destrutturerà la differenza di genere (tra maschio e femmina, per intenderci), e si avrà una definitiva “divaricazione tra il corpo e l’identità di genere“. L’Italia diventerà un covo trans. Tutto falso. La condizione del transessuale ha una sua dignità medica e giuridica indipendentemente da queste affermazioni. Il caso affrontato dalla Cassazione riguarda l’ipotesi in cui “il benessere della persona… non potrebbe essere incrementato da un’operazione chirurgica non desiderata.”

E mentre scrivo questo post anche dalla Corte europea dei diritti umani arriva l’ennesima condanna dell’Italia, che finalmente è stata messa davanti al fatto compiuto della violazione dei diritti fondamentali delle persone gay e lesbiche: una legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso andrà fatta immediatamente, pena il perdurare di questa profonda frattura giuridica.

Non più un’opportunità, ma una necessità impellente. Con buona pace degli ennesimi ritardi, tentativi ostruzionistici ed esitazioni dei vari politici di turno, compreso il nostro Presidente del Consiglio.