Il mondo del design è tendenzialmente schizofrenico: procedendo di progetto in progetto ci si ritrova continuamente all’inseguimento di ciò che ancora deve venire. Così, anche le relazioni che ogni nuovo progetto porta con sé – con i clienti, con un contesto, con delle comunità – raramente riescono ad essere curate e portate avanti nel corso degli anni, perché il tempo a nostra disposizione è limitato e la mente deve essere sgombra per pensare al “dopo”.

È possibile sfidare questa logica temporale a breve termine? La hacker e commerciante radicale Kate Rich sembra esserci riuscita e il suo esempio può insegnarci qualcosa. Dal 2003 porta avanti un unico progetto, il cui nome è già un programma: Feral Trade, ovvero Commercio Selvatico, in cui come lei sottolinea con selvatico s’intende selvaggio per scelta, come in piccione, invece di selvaggio romantico come in lupo.

Attraverso Feral Trade, Kate riesce a commerciare caffè usando esclusivamente la sua rete di conoscenze personali. Ogni anno compra l’intero raccolto di una coppia di contadini di El Salvador, un torrefattore inglese tosta i suoi otto sacchi (nonostante la quantità sia per lui irrisoria), poi il caffè viaggia nelle valige e negli zaini dei suoi amici per raggiungere i consumatori finali – che spesso sono produttori culturali di spazi indipendenti. Affascinata da come con quest’operazione riesce ad inserirsi negli interstizi di un commercio globale, da 12 anni Kate Rich fa ruotare ogni mostra e collaborazione intorno a Feral Trade: crea intricate mappe degli spostamenti della sua merce, organizza workshop in cui prepara il Cube Cola (una cola dalla ricetta open source di sua invenzione), realizza catering per festival e racconta le (dis)avventure della sua attività infiltrata all’interno del secondo commercio più grande al mondo dopo il petrolio.

Kate Rich sfida le leggi della produzione culturale contemporanea guadagnandosi tempo per studiare e riflettere sul tipo di relazioni che la sua economia “selvatica” mette in moto. Si rifiuta di ragionare in termini di progetti a breve durata, così da non lasciare indietro persone e responsabilità. Ha creato intorno a sé una rete di soggetti solidali che si sostengono a vicenda: insieme combattono quell’immaginario che, all’interno del mercato globalizzato, relega all’impotenza le piccole comunità.

L’ostinazione con cui Kate affronta la temporalità e le logiche dei rapporti sociali ci sembra una virtù preziosa per coloro che vogliono occuparsi di temi sociali, politici ed ambientali, perché con un mordi e fuggi continuo non è possibile mettere davvero in discussione lo status quo. Le trasformazioni richiedono costanza. Può allora un approccio così tenace essere fatto proprio dalla nuova generazione di progettisti? Possiamo ideare modi di fare, di pensare e di relazionarci che si oppongano in massa alle temporalità schizofreniche del neoliberismo?

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