Sapeva degli scogli delle Scole, quelli che avrebbero trinciato la fiancata della sua enorme nave. Ma Francesco Schettino si sopravvalutò per fare un piacere alle persone che aveva portato in plancia di comando, per quell’inchino che fu una “scelta criminale“. E quando il danno ormai era stato fatto e la situazione stava precipitando, lasciò la Costa Concordia con la precisa intenzione di non risalire mai più. Proprio in quel momento la situazione era tale che per alcuni passeggeri stava diventando impossibile trovare la salvezza. Una gestione dell’emergenza che è diventata causa prima della morte di 32 persone. Quello che il comandante della Concordia disse dopo al telefono con la Capitaneria di porto di Livorno furono “menzogne”, bugie “oltraggiose” per coloro che erano ancora intrappolati e ancor di più nei confronti di chi “non ce l’avrebbe fatta”. E Schettino insieme alla fuga dalla nave cominciò anche una fuga dalla realtà: non voleva accettare nemmeno che la nave fosse ormai persa. Ora tutto questo non è più la ricostruzione di un perito o l’accusa di un pm. Ma è il compendio della sentenza con cui Schettino è stato condannato per aver provocato il naufragio della nave che stava conducendo, con 4229 passeggeri a bordo, a pochi metri dall’isola del Giglio la sera del 13 gennaio 2012. La pena è stata di 16 anni e un mese. E queste sono le motivazioni con le quali in 553 pagine i giudici del tribunale di Grosseto Giovanni Puliatti, Marco Mezzaluna e Sergio Compagnucci l’hanno accompagnata.

Il collegio giudicante, dunque, accoglie molte delle accuse mosse dalla Procura di Grosseto e ancora prima dall’inchiesta della Capitaneria di Livorno. Viene confermata “l’imperizia” con la quale l’allora comandante della Costa Concordia ha portato la nave a sfiorare l’isola del Giglio peraltro per motivi futili. Così come viene confermato che Schettino abbandonò la nave coscientemente e con la chiara intenzione di non risalire mai più: altro che “caduta accidentale sulla scialuppa” come il capitano ha sempre sostenuto. Nessuna manovra di salvataggio, poi: anzi, la gestione dell’emergenza condotta da Schettino ha portato alla morte di 32 tra passeggeri e membri dell’equipaggio. E nessuna giustificazione hanno i comportamenti al telefono con la Capitaneria, con quel tira e molla per farsi dire qual era la reale situazione a bordo.

“La scelta, si passi il termine, criminale è stata quella a monte di portare una nave, con quelle caratteristiche e a quella velocità, così in prossimità dell’isola”

Schettino, si legge nelle motivazioni della sentenza, “sapeva benissimo della presenza incombente degli scogli” ma era “sicuro di poter condurre l’azzardata manovra con tranquillità”, sopravvalutando le “sue abilità marinaresche”. E “la scelta, si passi il termine, criminale è stata quella a monte di portare una nave, con quelle caratteristiche e a quella velocità, così in prossimità dell’isola”. Per questo in 8 parole il tribunale di Grosseto sistema solo sulle spalle dell’ex comandante la colpa della sciagura: “La responsabilità del naufragio è pertanto di Schettino”. E’ stato lui, d’altronde, precisano i magistrati, “che ha volontariamente portato la nave, di notte e a elevata velocità, così vicino alla costa, senza programmare adeguatamente la manovra ma improvvisando e navigando praticamente a vista. La situazione di pericolo è stata, infatti, creata dall’imputato”. I giudici hanno le idee chiare sul perché di quella manovra scellerata: decise di compierla non per ragioni commerciali né per omaggiare l’ex comandante Mario Palombo, ma “per fare un piacere” al maitre Antonello Tievoli “e per omaggiare alcune persone che, non a caso, ha fatto salire in plancia per ammirare il paesaggio assai ravvicinato alla costa”.

Quando infatti Schettino dopo cena torna in plancia di comando – è la ricostruzione della sentenza – con lui c’erano Tievoli e l’hotel director Manrico Giampedroni, “invitato da Schettino”. Con Schettino “entrano in plancia Ciro Onorato e la signora Cemortan, la quale tuttavia rimane in disparte”. Schettino aveva cenato con Domnica Cemortan, ricordano i giudici: “Aveva prenotato un tavolo per due persone”. Durante la cena aveva chiesto di rallentare la velocità della nave per “ritardare l’inizio dell’accostata” perché voleva “avere il tempo per finire con tranquillità la cena, come riferito dalla stessa Cemortan” che – ha raccontato a processo – stava finendo il dessert. La “vera intenzione del comandante era “effettuare un passaggio radente davanti al porto, dove si trova la casa di Tievoli“: lo scopo era “stupire non solo il comandante Palombo” (ex della Costa, in pensione e abitante al Giglio), con cui non aveva un rapporto idilliaco, “ma i suoi ospiti fatti salire per l’occasione sulla plancia”.

“I 32 decessi delle persone a bordo della Concordia non si sarebbero verificati se avesse gestito l’emergenza con perizia e diligenza”

Poi la virata inutile e la situazione irreparabile. La nave che si inclina. Il comando della Costa che non chiede aiuto e, anzi, quando viene contattato dalla Capitaneria di Livorno è recalcitrante, nega, perde tempo, “è solo un black out“. Lì comincia la “gestione” dell’emergenza da parte di Schettino che i giudici censurano a tal punto da collegare le 32 morti solo ai comportamenti del comandante. E’ il cuore della sentenza, si potrebbe dire: “I 32 decessi delle persone a bordo della Concordia – si legge – non si sarebbero verificati se” Schettino “avesse gestito l’emergenza con perizia e diligenza“, attenendosi alla normativa indicata come “doverosa” in una simile situazione.

E poi l’abbandono della nave, peraltro in un momento in cui la situazione era già quasi irrecuperabile e quindi dove il ruolo del comandante – come coordinatore dei soccorsi – sarebbe stata fondamentale. “Nel momento in cui l’imputato lasciava definitivamente la Concordia”, scrivono i magistrati, la situazione era tale “da rendere impossibile, o comunque difficile”, per i passeggeri ancora a bordo “trovare la salvezza“. D’altra parte l’allora comandante della nave quando salì “sulla scialuppa per abbandonare la nave” sapeva che “c’erano altre persone a bordo della nave” scrivono i giudici di Grosseto. Il capitano – aggiungono i magistrati – lasciò la nave “per mettersi in salvo con la precisa intenzione di non risalirvi“. E tutto il resto, a partire dalle telefonate con la Capitaneria di Livorno e in particolare con l’ufficiale della Guardia costiera Gregorio De Falco, “improvvisava, raccontando un film che scorreva solo nella sua immaginazione”, trattando lo stesso De Falco “alla stregua di un duellante nell’Imprò” (gli spettacoli che si fondano sull’improvvisazione teatrale, appunto). “Quelle menzogne risultano oltraggiose nei confronti delle centinaia di persone rimaste intrappolate” e, continua il collegio di giudici, ancor più verso “coloro non ce l’avrebbero fatta”.

Per i giudici Schettino proprio in quelle ore (le telefonate con la Capitaneria, la fuga dalla nave) cominciò a costruirsi una sua verità, alla quale ha poi cominciato a credere. Iniziò a “non accettare nemmeno che la nave, a causa del guaio che aveva combinato, potesse essere perduta, nonostante le drammatiche informazioni che riceveva dalla sala macchine”. Una “‘fuga dalla realtà‘ – la chiama il tribunale che ha provocato quei ritardi risultati decisivi nella gestione dell’emergenza”. I giudici più volte tornano sul fatto che a Schettino vennero date notizie in occasioni ripetute sulla presenza di “decine di persone a bordo”, sia da De Falco sia da altri membri dell’equipaggio. “Pur di mettersi in salvo – concludono i giudici – era intenzionato a lasciare la nave a tutti i costi, ivi compreso quello di abbandonare a se stesse le persone ancora a bordo”.