Nemici in patria, amici fuori dai confini. Curiose le ultime 48 ore di Pablo Iglesias, leader di Podemos, impegnato ad appoggiare politicamente al Parlamento di Strasburgo il greco Alexis Tsipras per la battaglia contro l’Europa dell’austerità ed a fronteggiare nuove grane interne in vista delle prossime politiche nazionali.

A sinistra, anche in Spagna, c’è una forma particolare di autolesionismo. Quando la crisi di Atene poteva creare un formidabile trampolino di lancio per Podemos e il suo leader, identificato da tutti come lo Tsipras con il codino, ecco la nascita di Ahora en Común, un piattaforma civica di iniziativa popolare, alternativa alla lista guidata dal segretario-professore. Non è ancora un partito (allo statuto è un’organizzazione) ma ha già un obiettivo chiaro: vincere le prossime elezioni generali. Dentro la marea ciudadana sono confluiti rappresentanti di Podemos, della società civile, la Izquierda Unida di Alberto Garzón e di Equo.

Iglesias è infuriato. Un recente sondaggio dell’istituto Metroscopia per El Pais dà Podemos in “pareggio tecnico” con i due grandi partiti tradizionali spagnoli.  Il segretario-professore, impegnato nella composizione della lista per le primarie del partito, aveva tutto l’interesse nel concentrarsi sull’evoluzione della crisi di Atene e nemmeno lontanamente pensava di dover affrontare una mini-crisi interna, proprio quando il trend dei sondaggi lo vede come primo partito in vantaggio. “Quelli che hanno portato il nostro Paese al disastro sarebbero felici di ritrovarsi una coalizione litigiosa di sinistra da fronteggiare. Noi non ci stiamo a questo giochino, il cammino di Podemos è già tracciato da mesi. Correremo da soli e per vincere da soli”.

Tsipras, indirettamente, sta trainando la lunga campagna elettorale a favore di Iglesias meglio di tanti partitini di sinistra spagnola. Il suo oltranzismo, la sua volontà di indire un referendum (e vincerlo), il suo etichettare i creditori come ricattatori hanno trovato pieno appoggio negli uffici di Calle Zurita. Iglesias, parlando del dimissionario ex ministro Varoufakis, lo ha descritto come un ottimo politico, un eccellente economista e un ministro che ha saputo dare dignità al proprio popolo. Il no, ha continuato Iglesias, è un messaggio molto chiaro: l’austerità non serve a niente se non impoverire ancor di più il popolo greco. Syriza non è responsabile della tremenda crisi economica. Sono stati i governi di Nuova Democrazia e del PASOK, alleati di PP e del PSOE a falsificare i conti, consegnando la sovranità del paese alla Troika e lasciando in eredità al governo di sinistra una catastrofe economica e sociale.

Per Podemos creditori e attori internazionali hanno le stesse responsabilità. I primi hanno dimostrato che il loro interesse principale non è risolvere la crisi del debito greco ma sottomettere e rovesciare un governo democraticamente eletto, in modo da dimostrare che non esiste alcuna alternativa. Saranno loro, nel caso in cui prendesse corpo il progetto Grexit, i responsabili di questo disastro. I secondi, ovvero i capi di governo di molti paesi (Stati Uniti, Francia e anche Italia esclusi), sono miopi e non rispettano la democratica volontà del popolo greco e i suoi diritti fondamentali, sistematicamente violati nei lunghi anni di austerità. Rajoy, continua il pensiero di Iglesias, appartiene al governo dei mercati e non al governo dei popoli e dunque è responsabile del disastro greco tanto quanto i creditori-strozzini.

Davanti al Parlamento Europeo Iglesias ha chiesto una drastica ristrutturazione del debito di tutti i paesi del Sud del Vecchio Continente e la rinegoziazione del Memorandum del 2012 per il suo paese (quello sul salvataggio del sistema bancario) nonché la possibilità che Atene possa saldare il proprio debito nel 2055, non prima. Prendendo spunto da un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) Iglesias ha sottolineato che “i creditori europei dovrebbero condonare parte del debito, se vogliono che Paesi come la Grecia abbiano la speranza di tornare a una situazione in cui il rapporto debito-Pil sia sostenibile. Nel 1953 i creditori del debito tedesco, tra cui la Grecia, accordarono l’annullamento del 63%”. Un messaggio ben chiaro rivolto alla cancelliera Merkel.