Grexit? No, Varoufexit. Passo indietro dell’artefice del muro contro muro, un premier con maggior potere decisionale (anche all’interno del suo partito), che ferma (definitivamente?) le velleità dei “montiani ellenici” e che oggi guarderà negli occhi chi era già pronto a un governo di larghe intese: il capo dello Stato Procopios Pavlopoulos, filomerkeliano a cui Alexis Tsipras ha chiesto di convocare i leader di tutti i partiti del Paese. Non è il Grexit il primo effetto della vittoria del no al referendum di ieri, ma le dimissioni di chi, dallo scranno più alto del ministero delle Finanze, aveva decretato tempi e modi di una trattativa apparsa subito complicatissima. Yanis Varoufakis lascia il ministero delle Finanze su richiesta dello stesso premier.

E in una nota spiega di essere diventato, poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum, “noto ai partecipanti dell’Eurogruppo e altri partner, che apprezzeranno la mia assenza alle future riunioni”. Negli ultimi giorni erano fuoriuscite alcune informazioni circa posizioni diverse all’interno di Syriza sull’estroso allievo di James Galbright. Qualcuno aveva addirittura parlato di furiose liti con il vicepremier Iannis Dragasakis e con il ministro dell’informazione Nikos Pappas, ma nulla di ufficiale. Erano le ore in cui nel partito del premier c’era chi chiedeva la testa di Varoufakis per poter riallacciare i contatti con i creditori internazionali, choccati dai modi dell’economista.

Negli occhi dei greci ci sono ancora le immagini della prima visita ad Atene, nel gennaio scorso, del capo dell’Eurogruppo Djisselbloem e di quelle parole che proprio Varoufakis gli sussurrò all’orecchio con un sorriso beffardo. L’olandese prima gli strinse la mano poi, di ghiaccio, la lasciò per abbandonare in fretta la conferenza stampa, mentre i fotografi immortalavano questa immagine surreale. E’quello il primo momento di rottura con l’ex troika che segna anche un solco nei rapporti tra Atene e Bruxelles e che, di fatto, diventa il ritornello delle trattative degli ultimi mesi. Gli hanno dato del giocatore d’azzardo, pagliaccio e pokerista e non solo dalle parti di Francoforte, a testimoniare una personalità comunque narcisista e protagonista, ma che ha avuto il merito di smuovere le acque di un memoradum che in tre anni non ha sortito effetto alcuno, se non peggiorare la situazione per tutti: creditori e debitori.

Poche ore prima c’ era stato un altro passo indietro, quello dell’ex premier conservatore Antonis Samaras. Il numero uno di Nea Dimokratia, protagonista nel 2012 del governissimo che firmò il memorandum ribattezzato “di larghe intese con la troika” si era speso fino all’ultimo istante per il sì. Ma negli occhi dei cittadini ellenici Samaras incarnava la stretta di mano con la cancelliera Merkel, ovvero tre tagli a pensioni, stipendi e indennità, un regime di austerità e di sacrifici che, seppur portato avanti nel nome del futuro della Grecia, non trovava più consensi nell’Egeo. Si dice che il giornalista Stavros Theodorakis, fondatore del partito Potami, possa diventare il coordinatore pro troika delle opposizioni: è giovane come Tsipras, anche lui senza cravatta e nell’immaginario collettivo potrebbe essere l’unica alternativa al 40enne ingegnere in caso di elezioni anticipate. Ma oggi sono scenari che passano in secondo piano. Il Paese e l’Europa si interrogano sulla scelta (un baratto?) del ministro senza scorta e che arrivava ai vertici in sella alla sua moto. Qualcuno a Berlino avrà applaudito.

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