“Quando si gioca la partita non si pensa all’incontro successivo”. Risponde così il sindaco di Genova, Marco Doria, a ilfattoquotidiano.it che gli ha chiesto se si ricandiderà al termine del primo mandato. Doria è convinto di portare a termine la legislatura e di chiudere nel 2017 l’esperienza alla guida della giunta di centrosinistra. Un esito probabile, non scontato. La prova del fuoco, la prima, nel pomeriggio di martedì 30 giugno con la discussione in consiglio della delibera sulle società partecipate del Comune. All’ordine del giorno i tagli agli stipendi dei manager e la nuova disciplina, al ribasso, degli aumenti salariali dei dipendenti. Una tappa verso l’aborrita privatizzazione, accusano sindacati e dipendenti di Amt, Amiu, Aster, Themis, Genova Parcheggi e Job Center. La seduta si svolgerà a porte chiuse per decisione del presidente del consiglio comunale Giorgio Guerello, per evitare, ha spiegato dopo aver sentito i capigruppo, il bis dei tumulti della scorsa settimana. Sette fra manifestanti e vigili urbani feriti nelle colluttazioni nella Sala rossa. Seduta interrotta per mancanza del numero legale in aula e anche per non sprofondare nel caos. Un nutrito schieramento di poliziotti e di vigili urbani sarà in campo per assicurare la regolarità dei lavori. Si temono infatti altri incidenti. In una data, il 30 giugno, che per la Genova operaia ha un significato pregnante: il 30 giugno 1960 i disordini di piazza misero fine all’esperienza del governo Tambroni, tenuto in piedi dall’Msi.

La delibera dovrebbe raccogliere i voti dei consiglieri del Pd (11), della lista Doria (6), di uno dei due rappresentanti di Sel, Chessa (Pastorino di fatto è passato all’opposizione), dell’ex consigliere di Rete a sinistra confluito nel gruppo Misto, Malatesta, e dello stesso sindaco. Ma mancano due voti per ottenere la maggioranza e quindi diventano decisivi i tre consiglieri del gruppo Misto (Anzalone, De Benedictis e Mazzei) e i due di Alleanza popolare, gli ex Udc Gioia e Repetti. In Regione l’Udc punta i piedi e pretende un assessorato che il governatore Toti non intende concedere. Chi può escludere un colpo di scena a palazzo Tursi? L’Udc peraltro si è schierata spesso a fianco di Doria, sperando di entrare in giunta. Voteranno contro Forza Italia, M5S, Lista Musso e Antonio Bruno della Federazione delle Sinistra, che a gennaio ha ritirato l’appoggio a Doria. I sindacati del pubblico impiego sono sul piede di guerra. Chiedono al prefetto, Fiamma Spena, il rispetto della legge che prevede un periodo di raffreddamento prima di proclamare lo sciopero, considerato inevitabile se la delibera sulle partecipate verrà approvata in aula. Doria ribatte, deciso: “Occorre rimettere in equilibrio i costi con i ricavi per due ragioni; difendere la dignità dei cittadini che le finanziano e la dignità delle stesse aziende pubbliche, evitando la bancarotta. Le resistenze contro la buona amministrazione sono venute spesso dalla sinistra”. Detto da un sindaco che si rifà a Sel

Cambiare maggioranza è una eventualità che il sindaco neppure prende in considerazione. La sua analisi a ilfattoquotidiano.it è netta e priva di subordinate. “Al di là della dialettica interna, il Pd mi sostiene con convinzione. La mia maggioranza è risicata nei numeri (22 consiglieri più il sindaco su 40, ndr), comunque non accetterei di portarla fuori dal recinto del centrosinistra. E sono totalmente indisponibile a qualsiasi mercato delle vacche (leggi assessorati, ndr)”. La posizione del sindaco sembra essersi rafforzata. Nonostante l’attacco diretto contro di lui dal Partito democratico che un paio di settimane fa aveva minacciato la crisi su una vicenda tutto sommato marginale, anche se molto sentita dai cittadini. Il mercato abusivo di via Turati, una spina nel fianco per commercianti e residenti. Il sindaco aveva proposto di spostarlo dalla zona di palazzo San Giorgio, di fronte al Porto Antico, ad un’area individuata in corso Quadrio. Il Pd aveva contestato alla radice il provvedimento e annunciato una mozione della quale, al momento, si sono perdute le tracce.

Che cosa è accaduto? La ricostruzione parla di un Pd ligure in fibrillazione, dopo la sconfitta elettorale di Lella Paita in Regione. Di regolamenti di conti interni fra renziani-paitiani e oppositori, ai ferri corti anche in Regione dove non si trovala quadra per assegnare le cariche di capogruppo e vicepresidente del consiglio. Paita non intende fare un passo indietro come gli chiedono i sostenitori del segretario regionale, Giovanni Lunardon, dimissionario. All’orizzonte c’è il congresso ma se si va ai materassi da Roma spedirebbero un commissario. Soluzione che fa rizzare i capelli in testa a tutti. Dal vicesegretario Lorenzo Guerini sono arrivati inviti alla moderazione e a trovare una soluzione di compromesso che non dilani un partito già lacerato. A Tursi gli esponenti del Pd – che godono di ampia autonomia – si sono resi conto che provocare la caduta del sindaco Doria e della giunta avrebbe aperto scenari insondabili. E rischiato di esporre il Pd ad un’altra sconfitta elettorale dagli esiti disastrosi. A chi conviene fare un salto nel buio? A nessuno, ovvio.

A ilfattoquotidiano.it l’avvocato Giorgio Guerello parla di “senso di responsabilità necessario”. Guerello, iscritto al Pd, cattolico, è un veterano di palazzo Tursi. Ha presieduto il consiglio comunale durante le sindacature Pericu, Vincenzi e Doria e è stato assessore. “Mandare Doria a casa non significa andare alle elezioni, ma consegnare Genova al commissario prefettizio – dice – Sei mesi di paralisi amministrativa la città non potrebbe digerirli. Diverso sarebbe se cambiasse la maggioranza. Allora potrebbe anche accadere quello che oggi non sembra realistico immaginare”. Ossia, liquidare la giunta Doria e andare alle elezioni. A primavera del 2016 assieme a Torino, Milano e Napoli. Un azzardo per i molti peones della politica cittadina che, lasciata la poltrona, potrebbero non ritrovarla.

Il cammino come sindaco di Marco Doria, personaggio prestato alla politica (è professore di Storia dell’economia) è stato accidentato e cosparso di mine e trabocchetti. La maggioranza non ha brillato per compattezza. Uscito Antonio Bruno (Federazione delle sinistra), Sel si è spaccata: un consigliere sulle barricate (Gian Pastorino) l’altro (Chessa) allineato sulle posizioni della giunta. Gli esponenti del gruppo Misto, Anzalone e De Benedictis, Mazzei e Malatesta (che viene da Rete a sinistra) i popolari Gioia e Repetti, un po’ ondivaghi, pronti però a soccorrere Doria nei passaggi in aula più delicati. Tutto sul filo del rasoio dei numeri, in un clima politico parecchio confuso.

Il passaggio più critico Doria lo aveva affrontato nel novembre 2013. Genova paralizzata per cinque giorni dallo sciopero selvaggio dei dipendenti dell’Amt, l’azienda dei trasporti pubblici, scesi in strada, letteralmente, con blocchi stradali e cortei, per rivendicare la contrarietà alla privatizzazione dell’azienda proposta dal sindaco. Giorni d’inferno, i genovesi lasciati a piedi da bus e metro impotenti e furibondi e Beppe Grillo piombato in città a sostenere la protesta. Dieci milioni di euro scovati nel bilancio della regione dal governatore Burlando scongiurarono il crack del bilancio e permisero di pagare gli stipendi ad autisti, controllori, meccanici e amministrativi di Amt.