Spesso si accusa chi si oppone al Trattato transatlantico di superficialità. Eppure i motivi per opporsi sono molti e documentati: intanto il Ttip non è una risposta immediata alla crisi. Lo studio del Cerp del 2013 evidenzia come in caso di condizioni ottimali (taglio del 100% delle tariffe e del 25% delle Barriere non tariffarie) l’aumento del Pil sarebbe di +0,48% medio all’anno dal 2027. Numeri certamente non stratosferici che dovremmo aspettare per 12 anni. Non certo una risposta just-in-time alla crisi.

Quali siano i settori a rischio lo spiega bene il rapporto Prometeia (2013) dove si evidenzia come la filiera chimica, l’industria della carta e del legno ma soprattutto l’agricoltura potrebbero essere vittime sacrificali del Ttip, proprio per il basso costo delle merci statunitensi. Il Parlamento Europeo in un dossier del 2014 evidenzia come all’aumento dell’agri-export europeo di quasi il 60%, corrisponderebbe un +118% di import con impatti non indifferenti sulla produzione europea. E la Bertelsmann Foundation sottolinea come l’aumento degli scambi transatlantici porterebbe a un ridimensionamento degli scambi intraeuropei con diminuzioni del 29% degli scambi tra Germania e Italia. Dati che il governo non cita mai, nelle stime che spesso utilizza a sostegno delle sue tesi.

Anche la Commissione Europea glissa su tutte le possibili perdite economiche che potrebbero esserci con il Ttip, e per di più sostiene che esso non provocherebbe “deroghe sugli standard agroalimentari europei”. In verità, nei testi di posizionamento ‪Ttip dell’Ue il riferimento unico per la qualità degli alimenti è il Codex Alimentarius. Peccato che i criteri usati dal Codex siano più bassi rispetto alle soglie indicate dall’Ue, ad esempio per i residui di pesticidi nei piatti (come la Ractopamina) di cui si è discusso in un summit del Consiglio europeo nell’Ottobre 2012 in Lussemburgo. Ma l’esplicito riferimento al Codex fa sì che ogni variazione più restrittiva possa essere considerata ‘distorsiva del mercato‘ e per questo sanzionata.

Un punto specifico merita l’Isds, l’Arbitrato internazionale sugli investimenti. Secondo molti, tremila accordi già lo prevedono e anche l’Italia lo ha previsto nei suoi accordi bilaterali sugli investimenti. L’Italia ha concluso 91 accordi bilaterali sugli investimenti, la stragrande maggioranza dei quali con Paesi in via di sviluppo. Quindi l’inserimento dell’Isds nel Ttip è un cambio sostanziale anche per il nostro Paese. L’unico accordo effettivamente cogente oggi è l’Energy Charter Treaty (Ect) sull’energia, dove l’Italia si è appena beccata una denuncia per la legge di ridimensionamento degli incentivi sul fotovoltaico, nel silenzio pneumatico del governo. Ma l’Isds incide sul diritto di regolamentare di uno Stato? In parte sì. Un arbitrato sia privato (come è attualmente) sia pubblico (come proposto dalla Commissione Ue) rende legalmente vincolante il concetto di soft law.

Mentre le corti giuridiche convenzionali si rifanno alla legislazione vigente, con l’Isds valgono i termini contrattuali dell’accordo stipulato, dove sono inserite clausole che non necessariamente si ritrovano nelle leggi nazionali e su cui una corte giuridica convenzionale non può intervenire. In questo l’ambiguità del concetto di ‘investimento’ e di ‘esproprio indiretto’ permette ai giudici arbitrali di inserire come norme da sanzionare elementi collegati alle politiche dei Paesi.

Allora: ‘protezionismo’ o ‘liberismo’? La risposta sta nel mezzo, si chiama ‘politica economica‘: grande spauracchio dei liberisti d’ogni dove. Gli Usa, campioni del liberismo, hanno usato tutti gli strumenti che avevano (anche il ‘Buy American’, che permette un sostegno all’economia locale tramite gli appalti pubblici, nel mirino del Ttip) per uscire dalla crisi economica. Politiche attive come nei Paesi emergenti, che dosano mercato e politiche economiche per orientare e programmare il proprio sviluppo.

Questo non sta facendo l’Europa, che accompagna alle misure di austerity politiche di sostegno all’esportazione e di apertura dei mercati che sempre di più ci legheranno alle scelte dei consumatori di altri Paesi e all’andamento altalenante dei tassi di cambio.