Ieri sera Formigli ha messo a punto il formato dell’anti talk show: molto girato e niente chiacchiere, più simile a Report e Presa Diretta e del tutto diverso dall’usuale PiazzaPulita. Il solo Formigli in studio a introdurre e collegare servizi sulla guerra, cominciando da quella visitata personalmente a Kobane a dicembre, nell’intervallo di vacanza dal tran tran di studio, seguendone poi i profughi attraverso i deserti, il mare, gli accampamenti di (s)fortuna, i campi di raccolta, i treni e i Tir, fino a Francia, Germania, Inghilterra.

Mostrando con inusuale chiarezza che “immigrati”, “scafisti”, “clandestini”, non somigliano all’emigrazione dei nostri nonni e bisnonni che cercavano fortuna, ma agli esodi dalla guerra, come quello dei friulani e veneti dopo Caporetto che, scabbia o non scabbia, venivano accolti e ricoverati nelle retrovie fino a Torino. Guerra è il termine che, a scanso di dubbi, Formigli ha usato ripetutamente.

“Guerra nostra” nella quale siamo coinvolti anche se per il momento i droni americani e il protagonismo aeronautico dei francesi ci risparmiano di uccidere dal cielo e ci impegnano solo a gestire l’arrivo dei profughi. Il che ci impegna a spendere molto per accoglierli e trattarli per quello che sono, ovvero alleati (la bontà non c’entra, anche se non è obbligatorio metterla da parte) ma quel molto è comunque un’inezia rispetto a quanto ci costerebbe, in ogni senso, sbarcare noi stessi sui campi di battaglia. Una guerra, questo è chiarissimo, che potremo contribuire a vincere nella misura in cui riusciremo a “farcene una ragione”, a narrarcene i vettori, gli attori e le circostanze remote ed immediate. Il contrario degli approcci canaglieschi collegati alle campagne elettorali (e meno male che il calendario per un po’ non ne prevede di ulteriori). E la realizzazione, sul piano razionale e quindi anche emotivo, di quel “costruire ponti anziché muri” che Francesco ha sfoderato qualche giorno fa.

Ne consegue che i media avranno una funzione decisiva per la tenuta del cosiddetto fronte interno. Il che chiama in ballo oltre al coraggio dei reporter anche la necessità di molto denaro per farli viaggiare, girare, finanziare collaboratori in loco e, ultimo ma non meno importante, trasformare il tutto in racconti capace di invadere l’attenzione di cittadini, tutti presi altrimenti dalle speranze e angosce di routine. Una sfida non da poco per un sistema televisivo abituato a diluire di tutto per fare notte spendendo poco. E per di più una sfida controcorrente, rivolta a un pubblico disarmato da trent’anni di conflitti a chiacchiere, che considera quelli armati troppo esotici per esserne davvero toccato.

Tant’è che ieri sera Formigli ha ottenuto il 3,60% di share e circa 4,7 milioni di contatti distribuiti su due ore di trasmissione. Poco? Molto? Più probabilmente una base per costruire in altezza, sempre che si eviti di finire in bolletta. Magari con l’aiutino del limitarsi a un’ora (tanto più che ieri proprio la prima ora ha ottenuto il 4% di share, cioè molto di più dell’intero) e risolvendo il resto della serata con qualcosa di meno costoso, come un film o un telefilm. Così salvi il programma che “da carattere” al canale, e contemporaneamente offri una scelta articolata ai telecomandi. Alchimie di palinsesto, certo, ma a volte sono quelle che ti fanno vincere.