Un’intercettazione per raccontare la verità sul rapimento di Alessandra Sgarella, uno dei più oscuri nella drammatica epoca dei sequestri di persona. Parole che confermano una volta di più l’importanza della trattativa Stato-mafia, svelando il nome del boss che in cambio di robusti favori carcerari decise di liberare l’ostaggio. Un’intercettazione registrata più di 14 anni dopo la notte del 3 settembre 1998 quando l’imprenditrice fu liberata e ritrovata in un frazione del comune di Locri.

Del vero responsbile non ne hanno mai parlato

Molto tempo dopo, nell’estate del 2012, a bordo di una Citroen C2, Michele Grillo e Agostino Catanzariti iniziano a parlare del sequestro. Loro sanno, loro sono tra i fondatori della ‘ndrangheta in Lombardia. Fanno il nome di Giuseppe Barbaro detto Peppe u Nigru classe 1948. E’ lui, secondo la loro ricostruzione, “l’autorevole personaggio” che si adoperò per la liberazione. U Nigru, morto nel 2012, durante il sequestro si trova in carcere a Melfi. Originario di Platì, all’epoca del rapimento rappresenta uno dei boss più carismatici e potenti di tutta la ‘ndrangheta. Fino a oggi il suo nome era rimasto ben custodito dietro agli omissis delle informative. Ora lo svela Catanzariti in una lunga intercettazione messa agli atti dell’inchiesta Platino che nel 2014 ha chiuso il cerchio attorno ai nuovi eredi della potente cosca Papalia. Dice Catanzariti: “Del vero responsabile non ne hanno parlato mai. Adesso, se noi sappiamo che Michele andava con lui, io so vita e miracoli”. Il reggente del clan (condannato a 14 anni per mafia con rito abbreviato) si riferisce a Michele Grillo, il quale, durante il periodo del rapimento, si trova ristretto nello stesso carcere di Peppe u Nigru. “Sì che andavo con lui – spiega Grillo – . Quando l’hanno chiamato, io ero alla matricola. A me, sai cosa m’aveva detto lui? Se non potevamo vedere. Chiedeva: secondo te, chi ce l’ha? Come, quando. Parlammo di questo. Gli ho detto: che ne so, uno può chiedere. Avevano arrestato ai cosi, là i Canotti (Lumbaca, ndr)”.

Milano, Aspromonte e la famosa fonte confidenziale

La complessa storia del sequestro Sgarella inizia l’undici dicembre 1997 in via Caprilli, Milano, zona San Siro. Qui viene sequestrata, portata in un covo di Buccinasco e quindi trasferita in Calabria. Subito partono le ricerche. Ma sono tentativi vani. L’Aspromonte è un impero inespugnabile. San Luca, Bovalino, Natile, Platì, sono avamposti di una ‘ndrangheta all’epoca ancora poco esplorata. Il 26 giugno 1998 finisce nella rete il clan Lumbaca (i Canotti di cui parla Grillo nel 2012). Tutti saranno condannati per il sequestro. Ma quando scattano le manette la signora Sgarella è già stata trasferita in un altro covo. Da quel momento in poi tutto tace. Sono settimane di angoscia e di terribile silenzio. Si legge nella sentenza del tribunale di Milano: “Nell’assenza assoluta di spunti, gli investigatori si misero alla ricerca di ogni possibile appiglio”. Vennero attivate “tutte le fonti confidenziali possibili”. Sentito come teste in aula un investigatore spiega: “Decidemmo di avviare contatti con fonti inserite in certi tipi di ambienti criminali per poter riprendere un filo investigativo interrotto con l’arresto dei Lumbaca”. Il canale sarà attivato con profitto. E solo grazie a questa trattativa la signora Sgarella potrà essere liberata.

Noi sappiamo ogni cosa dalla A alla Z, tutta la verità del rapimento

Torniamo, allora, all’intercettazione del 2012. All’epoca, Alessandra Sgarella è morta da poco più di un anno a causa di un male incurabile. Si spegnerà la sera del 27 luglio 2011. Nello stesso giorno per il sequestro della donna viene catturato Francesco Perre. Era latitante dal 1999. Dice Catanzariti: “Noi sappiamo le cose dalla A alla Z. Che poi, nominandolo a luogo buono, dispiace perché per me è stato un amico Peppe. Io sono convinto ancora tutt’oggi che Peppe non se l’è cantata, per dire, che: i responsabili sono…”. Catanzariti parla con rispetto di Barbaro. I due sono storicamente molto legati. Entrambi a Milano hanno iniziato i primi sequestri di persona. Ha ragione Catanzariti: u Nigru si è occupato solo della liberazione della Sgarella, i sequestratori non sono stati venduti ma sono caduti nella rete degli investigatori. Che Peppe u Nigru sia la vera fonte, Catanzariti lo desume anche da alcuni atteggiamenti tenuti dal clan Papalia durante il maxi-processo milanese Nord-sud. “U ‘Nginu (Rocco Papalia) e ‘Ntoni (Antonio Papalia) l’hanno sputtanato spudoratamente”. E lo hanno fatto pubblicamente dicendo: “Pare che mio cugino non viene al processo: si vergogna a farsi vedere con noi e loro”. E poi ci sono particolari inediti rispetto alla liberazione, particolari rimasti nelle pieghe delle informative. Come il fatto che la Sgarella non trovò la cabina che le era stata indicata e s’infilò in un’abitazione in località Moschetta di Locri. “Che lei – spiega Catanzariti – non aveva trovato la cabina”. Questo provocò un’inevitabile discovery delle indagini. “Lì si è sputtanato tutto”. Il caso della cabina, infatti, già all’epoca svelò in parta la trattativa di cui nel 2012 parlano i due uomini della ‘ndrangheta. Spiega Catanzariti: “Dice che ha bussato lì, alla porta”. Il tramite tra u Nigru e lo stato fu l’avvocato del boss. “Allora, l’avvocato Speziale (difensore della famiglia Barbaro, ndr) disse: ispettore se sapevo di più glielo avrei detto!”. L’accordo operativo fu: “Se sei tu (inteso il legale) che t’interessi, questo è il numero. Quando la liberi fatti sentire”. E infatti quando la Sgarella fu portato al commissariato di Siderno aveva un taccuino con annotato il cellulare di un investigatore. Lo stesso cellulare che contattò dalla casa nella Locride.

La liberazione in cambio di favori alla ‘ndrangheta; sconti di pena e trasferimenti

In cambio del suo aiuto Peppe u Nigru ottenne di essere trasferito dal carcere di Melfi a quello di Locri. Trasferimento, rimasto sconosciuto fino a oggi, che avvenne il 31 luglio 1998, pochi mesi prima della liberazione e subito dopo l’accordo raggiunto con lo Stato. Non solo. Secondo Catanzariti, la sua collaborazione nel sequestro gli valse anche l’assoluzione nel rapimento di Evelina Cattaneo. Spiega Catanzariti (condannato per la Cattaneo): “Non ci potevano assolvere a tutti per il sequestro. Non potevano per linea di logica. Quando si fa un accordo”. Peppe u Nigru, nonostante il pentito Saverio Morabito lo collocasse nel luogo dell’azione, fu assolto per non aver commesso il fatto. “Quando Alberto Nobili – spiega Catanzariti – ha chiesto la condanna per me, l’ha chiesta per Nino ‘u Pistacchio e l’assoluzione per Ciccio ‘u Surici e per Ciccio ‘u Mbilla”. Mentre “per quanto riguarda Giuseppe Barbaro u Nigru” Catanzariti cita le parole dell’allora pm “lascio il parere alla Corte”. Quindi commenta: “Più chiaro di questo come cazzo lo doveva dire”.

Con il boss fu un dare e avere. La ‘ndrangheta ebbe altri grossi favori. In particolare, spiega Catanzariti nel lungo dialogo con Michele Grillo, ottennero sconti i Barbaro detti Spariti. Si tratta di due fratelli, Giuseppe e Rocco. “Adesso – dice Catanzariti – ma che nicche e nacche, ‘u Sparitu e i coglioni e il cazzo, sappiamo le cose”. Sconti consistenti di pene. Tanto che nel 2003 Rocco Barbaro finisce in carcere e dopo che l’Appello gli diminuisce drasticamente la condanna a 30 anni del primo grado torna libero nel 2012. Si trasferisce a Buccinasco. Catanzariti lo definisce “il capo di tutti i capi di quelli che stanno qui (al nord)”. U Sparitu oggi vive a Platì da uomo libero. Catanzariti, invece, sta in carcere. Lui, il boss dalla bocca troppo larga, che tra una chiacchiera e l’altra, oltre alla Sgarella, ha fatto riaprire un caso di omicidio mandando a processo il superboss Rocco Papalia blindandelo nuovamente in carcere a pochi mesi dalla sua liberazione dopo oltre vent’anni di galera.

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