“Il futuro dell’Unione Europea passa dal negoziato tra la Grecia e i creditori”. Lo scrivono sul Financial Times un gruppo di economisti tra cui il professor Joseph Stiglitz, della Coloumbia University e vincitore del premio Nobel per l’Economia, il professor Thomas Piketty, dell’Ecole Normale Superieure e della London School of Economics, e Massimo D’Alema, in qualità di presidente della Fondazione per gli studi progressisti europei. “Per evitare il fallimento, servono delle concessioni da entrambe le parti”, proseguono.

Il nocciolo della questione, per gli economisti, è l’austerity. “In una lettera che abbiamo inviato a gennaio (scorso, ndr) al Financial Times, molti di noi hanno detto: ‘crediamo che sia importante distinguere tra austerità e riforme. Condannare l’austerità non vuol dire essere contro le riforme“. Un riferimento al cuore della trattativa tra Grecia e creditori, che proprio su questo punto è arenata da mesi.

“Sei mesi fa – proseguono i firmatari – eravamo preoccupati che l’austerity stesse minando le riforme chiave di Syriza (il partito greco di governo, ndr), sulle quali i leader dell’Ue avrebbero dovuto sicuramente collaborare con il governo greco: soprattutto per battere l’evasione fiscale e la corruzione”. Secondo gli appellanti “l’austerity riduce drasticamente le entrate della riforma fiscale, restringe lo spazio per cambiare per rendere responsabile e socialmente efficiente la pubblica amministrazione. È sbagliato chiedere alla Grecia di impegnarsi a rispettare un programma vecchio – spiegano – che ha palesemente fallito, che è stato respinto dai cittadini greci, che un gran numero di economisti (inclusi noi) crede sia sbagliato sin dall’inizio”.

“Il trattamento che riceverà la Grecia manderà un messaggio a tutti i suoi partner dell’Eurozona – si legge infine nella lettera – come il Piano Marshall, sia un messaggio di speranza e non di rassegnazione”. Secondo i firmatari, l’austerity mette a rischio il sostegno politico a Syriza e la sua capacità di realizzare le riforme: ma “Syriza è l’unica speranza di legittimazione in Grecia”.