Ha interrotto i discorsi dei suoi colleghi, violando le regole e il decoro del Senato. Ha preso a prestito il tempo dei Democratici. Ha parlato per ore. Ha riso in faccia ai rivali politici, li ha confusi con tattiche dilatorie e continue sorprese procedurali. Ha persino invitato in aula i funzionari del Senato, altra strategia per prendere tempo.

Alla fine Rand Paul, il senatore repubblicano e libertarian del Kentucky, è riuscito a sopprimere per sempre le clausole più controverse del Patriot Act. Se a Edward Snowden spetta il merito di aver rivelato la rete di spionaggio della National Security Agency, non c’è nessuno che, come Rand Paul, abbia combattuto con più energia e convinzione la NSA. Una battaglia che il senatore Paul, candidato alle presidenziali del 2016, porta ora in campagna elettorale. Come una colpa da farsi perdonare, secondo alcuni; come una straordinaria vittoria politica, secondo altri.

“Non è un dannato affare del governo, con chi parlo al telefono”, ha spesso detto davanti ai suoi sostenitori Rand Paul. La stessa decisione priva di dubbi Paul l’ha portata in Senato, indisponendo, irritando, scandalizzando chi per mesi ha sostenuto che “far scadere il Patriot Act è far vincere i terroristi”: l’amministrazione Obama, i colleghi repubblicani, l’intera comunità dell’intelligence USA.

La vittoria di Paul – e lui lo sa perfettamente – è comunque parziale. La nuova legge antiterrorismo che il Senato voterà tra qualche ora, lo USA Freedom Act, ridà all’FBI buona parte dei poteri di indagine che momentaneamente gli sono stati tolti. Quello che però è tramontato per sempre è il potere della NSA di raccogliere masse di metadati delle telefonate degli americani: durata, provenienza, destinatari. Quei dati, d’ora in poi, verranno conservati dalle società telefoniche e dati agli investigatori soltanto dopo un ordine della FISA Court.

L’amministrazione Obama, attraverso un suo portavoce, si prende ora il merito della scelta. “E’ quello che abbiamo sempre caldeggiato”, spiega Josh Earnest. Ma senza l’ostinazione di Paul, la caparbietà spesso scomposta e non in linea con le regole felpate del Senato USA, questa riforma non sarebbe mai stata realizzata. Mentre i colleghi in corsa per le presidenziali mantenevano un profilo molto basso – Marco Rubio ha votato con Paul, senza far sentire davvero la sua voce; Lindsay Graham non si è neppure presentato in aula; quello che pensa Hillary Clinton sull’NSA, se pensa qualcosa, non è noto – Paul si è lanciato nello scontro a testa bassa. Anche, probabilmente, per i vantaggi che pensa di ottenere in campagna elettorale.

Sinora Rand Paul è stato considerato una “seconda fila”, tra i candidati repubblicani del 2016. Prima di lui, più influenti, organizzati, ricchi di mezzi, ci sono Jeb Bush, Marco Rubio, Scott Walker. Eppure, Paul potrebbe rappresentare una sorpresa: i primi due Stati in cui si terranno le primarie, l’Iowa ma soprattutto il New Hampshire, hanno una tradizione libertarian che ben si adatta ai suoi principi e ideologia. Una vittoria o un buon risultato a inizio campagna potrebbero lanciare il senatore del Kentucky più lontano di quanto lui stesso, e soprattutto i suoi rivali politici, pensano e sperano.

Rispetto al padre Ron, storico nemico della FED e di tutte le avventure belliche americane nel mondo, Rand Paul ha adottato una forma di libertarianismo più flessibile e moderata. Ha cercato tutte le occasioni per arrivare a forme di azione comune con i settori liberal dei democratici. Ha corteggiato il voto dei neri e quello del popolo della Silicon Valley. Rispetto al padre, Rand ha poi attutito di molto i toni anti-establishment militare, arrivando anche a dire che darebbe il suo sostegno a “un eventuale intervento armato contro l’Isis in Iraq e Siria”. Poco prima, comunque, aveva attaccato i “falchi” del suo partito, accusati di “aver creato” l’Isis con gli interventi dell’era Bush e le forniture di armi all’esercito iracheno.

Restano, nel candidato Paul, una serie di caratteristiche che non sembrano propizie per un’avventura presidenziale. Con il suo metro e settanta, l’aspetto arruffato e i modi sbrigativi, questo medico oftalmologo di 52 anni non pare destinato a suscitare particolare simpatia mediatica. La sua retorica manca di carisma e in più di un’occasione Paul si è trovato a discutere, litigare e piantare in asso i giornalisti che lo stavano intervistando. Inoltre, per quanto abbia ammorbidito le posizioni libertarian del padre, le sue idee restano molto distanti dall’elettorato conservatore più moderato e tradizionale.

Nonostante i limiti, ci sono comunque due cose che potrebbero costituire un bel trampolino di lancio per la prossima campagna elettorale di Paul. Da un lato c’è la rete di sostenitori del padre Ron: uno zoccolo duro ed entusiasta di libertarians, decisi nel limitare i poteri del governo federale, pronti a sostenere la dinastia politica che meglio li rappresenta (anche durante l’ostruzionismo contro la NSA, molti tra questi erano sui palchi del Senato e indossavano magliette con la scritta “Noi stiamo con Rand”). Dall’altro lato c’è un tema di numeri. Sono già nove i repubblicani candidati alla presidenza. Nei prossimi giorni la schiera crescerà ancora e inizierà una campagna affollata e confusa, in cui non sarà facile emergere dalla mischia. Da questo punto di vista, il non-ortodosso, spiazzante Paul è sicuramente tra quelli più capaci di stare a parte, unico e riconoscibilissimo.