Guardare oltre i confini pugliesi, proponendosi come figura alternativa a Matteo Renzi, catalizzando su di sé i consensi della minoranza democratica che stenta a riconoscersi nel segretario rottamatore e ampliando il suo modello regionale su scala nazionale. Chi lo conosce giura che il progetto politico di Michele Emiliano sia proprio questo: partire dalla Puglia per conquistare l’Italia. E magari, chissà, puntare, dopo il mandato di governatore, alla scalata del partito e di Palazzo Chigi. Le urne, del resto, gli hanno dato ragione. La strategia del neo presidente della Regione è risultata vincente. Nonostante l’indifferenza del presidente del Consiglio. «Non devo ringraziare nessuno, nemmeno Renzi che qui non si è visto», scandisce a caldo e senza giri di parole il “sindaco di Puglia”, come si è definito lui stesso. Consapevole che la sua è una vittoria tutta personale, che non solo marca una sostanziale differenza con le scelte fatte dal Partito democratico (vedi la Liguria), ma apre nuovi scenari per il futuro. Sia del partito sia dello stesso Emiliano. Che nel Pd c’è già chi considera l’anti-Renzi.

PREMIER ROTTAMATO Lo dice senza mezzi termini il leader di Sel e governatore uscente della Puglia, Nichi Vendola.  «Il significato reale di queste elezioni è che Matteo Renzi prende un colpo durissimo, la presunta invincibilità del giovane premier è sfregiata dal dato elettorale». E proprio la tornata pugliese offre spunti di riflessione sulla situazione del Pd, della sinistra italiana e della leadership del rottamatore toscano, rottamato a sua volta proprio dal modello Emiliano. Che in Puglia ha costruito un sistema di alleanze molto simile all’Ulivo di Prodi, centrando un successo che per il segretario dem ha, invece, il sapore di una sconfitta. Ma c’è un altro elemento che rafforza il risultato elettorale del Tavoliere. E che un grande conoscitore dei segreti politici di Emiliano,  riferendosi ai rapporti tutt’altro che idilliaci tra Renzi e l’ex sindaco di Bari, sottolinea così a ilfattoquotidiano.it. «Nonostante le dichiarazioni d’affetto nei confronti del leader del Pd, il neo governatore non ha dimenticato la lunga serie di fregature subite dal suo stesso leader. Anche per questo si sta già in qualche modo proponendo come una sorta di anti-Renzi».

COLPI BASSI Dall’avvento della nuova segreteria dem, infatti, l’ex sindaco di Bari ha dovuto mandare giù parecchi bocconi amari. Basti pensare alla corsa alla presidenza dell’Associazione nazionale dei sindaci italiani (Anci), dove ha avuto la meglio prima Graziano Delrio e poi Piero Fassino, due renziani doc. Il suo nome è stato fatto anche per un posto da ministro, vice ministro o sottosegretario nel governo Renzi, ma puntualmente senza alcun risultato. Poi è arrivato lo sgambetto alle elezioni europee dello scorso anno, quando il posto di capolista nella circoscrizione meridionale è andato a Pina Picierno, parte del disegno renziano che voleva tutte donne in cima alle liste, nonostante l’allora sindaco di Bari avesse già iniziato la campagna elettorale per Bruxelles. E la distanza politica tra i due è confermata anche dalle prese di posizione di Emiliano apertamente in contrasto con la linea del governo. Dalla contrarietà alla riforma della scuola all’opposizione all’approdo del gasdotto trans-Adriatico a San Foca nel Salento, fino agli avvertimenti lanciati all’esecutivo all’indomani della sentenza della Consulta sulle pensioni, quando il neo governatore ha messo le mani avanti, temendo che l’esecutivo potesse decidere di attingere ai fondi per il Mezzogiorno. Prese di posizione a cui ha fatto da contraltare l’atteggiamento assunto dal premier in campagna elettorale. Nessuna tappa pugliese a sostegno del candidato democratico. Anzi. Quando nei giorni scorsi, proprio in concomitanza con la chiusura della campagna elettorale, è atterrato a Bari per una visita allo stabilimento Fca di Melfi, Renzi ha scelto di incontrare solo il sindaco del capoluogo, Antonio Decaro. Con Emiliano nessun contatto.

STRETTAMENTE PERSONALE Nonostante le distanze, però, Renzi ed Emiliano hanno qualcosa di molto importante in comune: la grande ambizione personale. Una molla che ha sempre accompagnato la carriera politica dei due, caratterizzata da un forte radicamento locale. Mentre la Toscana si è rivelata il trampolino di lancio per l’attuale premier, la Puglia è stata trasformata da Emiliano in una sorta di laboratorio politico personale. Con lo schema adottato in questa competizione regionale, per esempio, il neo governatore ha concretizzato un’idea alternativa a quella renziana della lista pigliatutto che ha ispirato l’Italicum, la nuova legge elettorale per la Camera. Nonostante la sua linea abbia suscitato più di una perplessità in Sinistra ecologia libertà (Sel), che ha accettato con difficoltà l’inserimento in lista di ex esponenti di centrodestra e l’asse con l’Udc. Di fatto, però, mentre in Liguria la sinistra divisa tra la candidata del Pd, Raffaella Paita, e l’ex democratico Luca Pastorino, ha consegnato la vittoria al candidato del centrodestra, Giovanni Toti, in Puglia la linea aggregante di Emiliano ha pagato.

MODELLO MICHELE «Il centrosinistra pugliese ha mantenuto un profilo di continuità con l’esperienza di questi dieci anni, mentre in Liguria è stato sperimentato il Partito della nazione, costruendo nei fatti e nei programmi, prima ancora che nelle alleanze, rapporti con importanti settori della destra – sostiene il deputato pugliese, Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel – La sconfitta ligure e il risultato negativo a livello nazionale dovrebbero far riflettere il Pd». Imparando magari proprio dalla Puglia. Che potrebbe ora riservare un’altra sorpresa targata Emiliano. Che, dal governo della Regione, tende infatti la mano anche al M5S, offrendogli la possibilità di entrare in giunta alla guida dell’assessorato all’Ambiente. Un chiaro messaggio per  Renzi, da sempre in conflitto con Beppe Grillo e nel quale l’ex sindaco di Bari sembra lanciare un nuovo modello di governo. Per adesso a livello regionale, va da sé, ma domani, dovesse funzionare, anche su scala nazionale. Trasferendosi a Roma, naturalmente, e restituendo da Palazzo Chigi al premier tutti gli sgarbi incassati in questi due anni.

 

Di Antonio Pitoni e Lea Vendramel

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