C’è una circostanza dalla quale non si prescinde in Campania. Chi vuole conquistarla deve allearsi con Ciriaco De Mita. Lo sa bene Antonio Bassolino, due mandati dal 2000 al 2010 grazie all’asse tra gli eredi del Pci e gli eredi della Dc trasmigrati nell’Ulivo. Lo sa bene l’azzurro Stefano Caldoro, che nel 2010 inglobò l’Udc nel centrodestra. Lo sa bene, da oggi, anche Vincenzo De Luca. Per vincere bisogna passare da Nusco e fare l’inchino all’ex premier. Dal Viminale rimbalzano dati che danno l’Udc abbondantemente oltre il 2%. Toglieteli al centrosinistra, dateli al centrodestra, e oggi Caldoro starebbe stappando le bottiglie di spumante. Voti che sino al giorno prima della chiusura delle liste erano nella cassaforte del governatore uscente, convinto di aver chiuso l’accordo con l’intera Alleanza Popolare (Ncd e Udc). Voti che in extremis sono passati nel centrosinistra, un incontro notturno a Marano tra De Luca e un emissario di De Mita, Lorenzo Cesa che dà l’ok, gli scudocrociati che si sfilano.

Ufficialmente perché contrari al progetto politico di una lista unica e scontenti dell’esito delle trattative con Caldoro. Ufficiosamente perché Caldoro non si è piegato al diktat demitiano di non candidare Pasquale Sommese e Pietro Foglia, assessore e consigliere regionale uscente, macchine da voti a Napoli e Avellino, dirigenti Udc ma con un posto nella lista Ncd e la benedizione di Angelino Alfano. Caldoro non se l’è sentita di assecondare i livori dell’anziano politico irpino. E nemmeno di assicurare un posto in giunta alla figlia, Antonia De Mita. Il primo a sposare l’analisi è proprio lo sconfitto, Caldoro, secondo il quale la vittoria di De Luca “è contrassegnata da due dati: quello di Salerno, anomalo rispetto al trend, e delle due liste che erano con noi, l’Udc e i cosiddetti cosentiniani. L’Udc, cioè De Mita, e i cosentiniani hanno raggiunto il 3,5% – ha spiegato Caldoro – e l’uscita dalla nostra coalizione vale quindi sette punti. La vittoria, oltre al dato salernitano, è segnata da questo dato”.