Arrivo a Rho-Fiera che sono da poco passate le 9 di un nuvoloso venerdì di fine maggio. Ho aspettato tre settimane dall’apertura prima di andare in Expo, così da poterlo vedere perfettamente funzionante. Mi dirigo al centro accrediti per ricevere il mio badge. Davanti all’ufficio c’è fila, una ventina di persone. Niente di cui preoccuparsi. Massimo mezz’ora e sono davanti al Padiglione Zero, mi dico.

Ore 9.10, una signora inizia a sbuffare e a lanciare occhiate intorno a sé in cerca di qualcuno con cui condividere il suo disappunto: “Siamo fermi, non si muove nulla!” ripete. Nessuno le dà molta retta, così lei ci riprova pochi minuti dopo puntando la persona in piedi accanto a lei, un uomo calvo dall’aria pacata che è in fila come tutti noi e non può esserle molto d’aiuto. La signora, un’insegnante dell’Itcs Primo Levi di Bollate, ha dei buoni motivi per essere nervosa: nonostante i solleciti, i biglietti per entrare a Expo non sono mai arrivati a scuola. Così le è stato detto di andare al centro accrediti con le copie del bonifico. “Guardi che qui però non fanno biglietti” le dice il pelato, e l’insegnante riprende a brontolare più forte. Come darle torto? Mentre lei è in fila, i suoi ragazzi la stanno aspettando ai tornelli. Se avesse ricevuto per tempo i biglietti, ora lei e la sua classe sarebbero già dentro.

Ore 9.40, siamo ancora bloccati. Il ragazzo in piedi davanti a me comincia a manifestare segni di impazienza, sbatte le mani lungo i fianchi e si allunga sulle punte per spiare all’interno dell’ufficio. Ma le pareti sono coperte da adesivi e non è facile riuscire a capire cosa stia succedendo al di là della vetrata. Gli chiedo se è un giornalista e il ragazzo, che di nome fa Alessandro, scuote la testa. Anche lui ha i suoi buoni motivi per essere nervoso: non è in Expo per scrivere un paio di articoli ma per lavorare sul serio: lo stanno aspettando al Ferrarini, il ristorante accanto l’Albero della Vita. È il suo primo giorno di lavoro e rischia di essere in ritardo. Ha inviato tutta la documentazione via mail ma gli è stato detto di presentarsi al centro accrediti per ricevere il suo badge.

Ormai siamo in piedi da un’ora, la coda è raddoppiata e il nervosismo comincia a serpeggiare. Dietro di me, un signore con l’accento romano inizia a inveire contro Trenitalia, rea a suo dire di averlo invitato in Expo per poi farlo finire ammassato in una lunga fila che per motivi misteriosi a tutti è pure bloccata. Pronuncia un paio di volte le parole “Premio Nobel” ma non capisco se sta parlando di sé o di qualcun altro. Nel frattempo, nel mio piccolo, io una certezza l’ho faticosamente ottenuta: non sono nella fila sbagliata, come avevo inizialmente temuto. Siamo tutti qui: Premi Nobel (sic), insegnanti, ragazzi al primo giorno di lavoro e giornalisti. Tutti insieme appassionatamente con un unico, tormentato obiettivo: percorrere quei due metri che ci separano dalla soglia del centro accrediti e ottenere ciascuno il proprio agognato lasciapassare per Expo.

Ore 10.20, un “Nessuno se le pija le responsabilità in Italia! Semo un paese demmerda!” risuona lungo la fila. Non ho bisogno di girarmi per capire chi sia l’autore del verso, che però alla fin fine ha ragione anche lui: stiamo aspettando da quasi un’ora e mezza e nessuno dell’organizzazione è venuto a dirci perché siamo fermi e fino a quando lo resteremo.

Dopo altri 20 minuti di attesa, finalmente si entra. L’orologio segna le 10.40. La prima cosa che noto sono due ragazzi seduti dietro una scrivania. Hanno la faccia preoccupata. “È andato in tilt il sistema”, mi spiega uno di loro. Ecco dunque spiegato il perché della fila! “Ma è la prima volta che succede?” chiedo. “No, è già successo”.

Bisogna solo aspettare, ancora. Passano altri 20 minuti, e c’è da giurare che se qualcuno non risolve subito il problema la gente comincerà ad andarsene. Una giornalista straniera in piedi poco davanti a me esala l’ennesimo, sconsolato “No way”. Poi finalmente “il sistema” riprende a funzionare. Ma servono altri 15 minuti, passando di scrivania in scrivania, prima di ottenere il badge. Alessandro scappa via, al lavoro. L’insegnante, poveretta, viene mandata in un altro ufficio.

Mi presento ai tornelli che sono le 11.20. Mentre mi dirigo al Padiglione Zero penso alle due ore che ho perso inutilmente. C’è di peggio nella vita, certo. E gli intoppi organizzativi possono capitare, si possono anche ripetere, ma se lasci una fila di persone abbandonata a se stessa, allora non va bene. Perché dai l’impressione che basti veramente poco per sabotare l’idea che Expo servirà a far conoscere al mondo solo il meglio dell’Italia. Un vero peccato, quelle due ore d’attesa. Soprattutto perché, checché se ne dica, Expo merita di essere visitato. Ma questa, come si diceva negli anni ’90, è un’altra storia. La prossima.