Non è stata la prima volta a Santa Barbara. La prima, grande, memorabile, marea nera del mare di California è stato prima che nascessi, nel 1969. Scoppiò la Platform A. Finirono nell’oceano quasi 12 milioni di litri di petrolio. Morirono pesci e uccelli. Il mare diventò e restò nero per settimane. Anche il presidente Nixon si commosse.

La risposta del paese e dell’opinione pubblica fu senza precedenti. Molte delle leggi per la protezione ambientale che abbiamo adesso in California e negli Usa sono figlie di quell’evento. Anche Earth Day nasce da Santa Barbara: venne celebrato per la prima volta nel 1970 un anno dopo lo scoppio della Platform A.

In teoria, abbiamo imparato la lezione in California: dopo il 1969 non sono state più costruite piattaforme nuove nei nostri adorati oceani. Quelle vecchie però ce le siamo tenute e sono ancora lì, con tutta la loro infrastruttura, i loro rischi, il loro invecchiare, le loro manutenzioni fatte o non fatte.

Questa volta a Santa Barbara non è stata una piattaforma a scoppiare, ma una più banale fessura da oleodotto sotterrato in oceano. Potrebbero essere finiti in mare 400 mila litri di petrolio. Meno dei 12 milioni del 1969 ma di nuovo è tutto nero – uccelli, spiaggia, lavoratori, foche, sassi, gabbiani e gamberetti. Di nuovo fumi tossici, mascherine, campeggi evacuati, surf anneriti, stato di emergenza, trecento volontari e professionisti a pulire. Sarà difficilissimo mettere tutto a posto.

Questa volta sono qui, conosco bene quel mare e fa un po più male perché è un po’ più mio.

Non so se esistano posti con leggi ambientali più severe che la California, ma se sì, credo che si possano contare sulla punta delle dita. L’operatore dell’oleodotto si chiama Plains All American Pipeline ed ha sede a Houston. Negli scorsi 10 anni ha avuto 175 infrazioni per mancanza di sicurezza e di manutenzione. Fanno 17 all’anno, più di una al mese. Nel 2014 hanno avuto profitti per 1 miliardo di dollari.

E’ evidente quindi che se è potuto succedere qui, potrebbe succedere ovunque. Per quante premure, leggi e controlli uno possa o voglia introdurre, le operazioni petrolifere sono intrinsecamente pericolose – dall’estrazione, al trasporto, alla raffinazione, allo smaltimento e le ditte petrolifere proprio non ci sentono dal lato sicurezza e manutenzione. Non è possibile quindi che vada sempre tutto liscio. E non esistono leggi che possano veramente evitare catastrofi come questa. E’ bastata una piccola fessura. Chi mai andrà a controllare tutti i tubi che ci sono sottoterra e sotto il mare?

Per me la lezione è sempre la stessa: meglio non farceli venire dall’inizio, perché una volta venuti non se ne vanno finché non è stata spremuta l’ultima goccia. E questo vale per Santa Barbara, vale per l’Adriatico, vale per l’Artico. Tenere i pozzi in mare per trenta, quaranta, cinquanta anni, vuol dire che prima o poi qualcosa dovrà cedere. La domanda non è “se dovesse succedere”. La domanda è “quando succederà?”.

Il giorno 23 maggio 2015 in Abruzzo si scenderà ancora in piazza per ribadire il nostro no alla petrolizzazione dell’Adriatico e contro Ombrina Mare in Abruzzo. Credo che la lezione di Santa Barbara per l’Adriatico sia chiara: non è possibile riempire il mare da una parte e dell’altra, di pozzi, di Fpso, di tubi, di oleodotti, di petroliere che andranno e verranno, e pensare che nulla cambierà.

Perché qualcosa cambierà, e prima o poi, nonostante le rassicurazioni dei nostri pseudo-ministri dell’Ambiente ed il wishful thinking di Matteo Renzi, la corda si spezzerà.

Qui le immagini del mare e della vita marina di Santa Barbara coperta dal petrolio