Insegnanti francesi in piazza per protestare conto le riforme della scuola media e dei programmi volute dal ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem e approvate in aprile dal Consiglio superiore dell’educazione. Secondo l’intersindacale che ha indetto lo sciopero, e che rappresenta l’80% del corpo insegnanti, il 50% dei professori delle scuole medie avrebbe aderito alla protesta che da diversi mesi fa discutere politici, accademici e intellettuali (23% di scioperanti secondo i dati del ministero). La riforma della scuola media, che in Francia dura 4 anni, dovrebbe, nelle intenzioni del ministro, ridurre le ineguaglianze e il fossato tra buoni e cattivi alunni che continua ad esistere nella scuola repubblicana.

Tra le misure introdotte da Najat Vallaud-Belkacem per democratizzare l’istruzione di secondo grado, hanno fatto particolarmente discutere la soppressione delle classi bilingue e europee, sostituite dall’introduzione dalla seconda media di una seconda lingua straniera per tutti, e il tentativo di ridurre lo studio di greco e latino, visti come simboli di una scuola elitaria. Ma anche l’introduzione di corsi interdisciplinari pratici obbligatori e la possibilità per ogni istituto di decidere autonomamente una parte del programma scolastico.

Sono scelte pedagogiche del tutto nuove per il sistema scolastico francese e la rapidità con cui la riforma è stata presentata e approvata ha lasciato interdetti gli insegnanti. In particolare, è solo grazie alle proteste dei professori che il ministero ha fatto marcia indietro sulle ore di latino e greco, che nella prima bozza della riforma sarebbero scomparse completamente dai corsi obbligatori per essere relegate tra gli insegnamenti pratici interdisciplinari. Una formula che designa degli atelier pratici, appunto, in cui applicare gli insegnamenti ricevuti sulla base di un programma deciso in tutta libertà dagli insegnanti incaricati e sul quale sarà molto difficile esercitare un qualsiasi controllo. Come decretare la scomparsa delle lingue classiche, insomma, secondo i professori contrari alla riforma.

Al centro delle proteste degli insegnanti e non solo, però, non c’è solo la riforma dell’organizzazione della scuola media. Politici e intellettuali si sono scagliati con forza contro la decisione del ministero di riformulare, contemporaneamente, i programmi scolastici dalla prima elementare alla quarta media, in particolare per quanto riguarda l’insegnamento della storia. Il progetto, non definitivo, del Consiglio superiore prevede di distinguere tra moduli obbligatori e moduli facoltativi. La nascita dell’Islam rientra ad esempio tra i primi mentre, fanno notare i detrattori della riforma, lo studio degli Illuministi e della storia del cristianesimo medievale sarà facoltativo. Con il rischio che i professori scelgano arbitrariamente, su basi ideologiche, di non integrare nel programma degli elementi fondamentali della storia francese. Per molti un segno che il futuro di una Francia islamizzata annunciato da Michel Houellebecq nel suo ultimo libro, Soumission, non è un’utopia negativa ma una terribile possibilità, nemmeno troppo lontana.

Michel Lussault, il presidente del Consiglio superiore dei programmi, pur sapendo che ogni riforma dei programmi di storia è destinata a scontrarsi con delle proteste, ha detto di non capire le polemiche scatenate da un testo che per lui non è che una bozza destinata ad evolvere. Ammettendo di aver usato dei termini poco chiari per presentare le prime proposte, spiega che la riforma dei programmi sarà rivista e migliorata da un gruppo di esperti e che il testo definitivo verrà presentato a settembre. Ricorda anche che lo studio della nascita dell’Islam è già oggi materia obbligatoria, come lo è quello del cristianesimo o del giudaismo. Introdurre dei moduli facoltativi non significa, dal suo punto di vista, permettere ai professori di tralasciare degli eventi storici fondamentali per la cui comprensione è fondamentale sapere come la società sia stata segnata dal cristianesimo e dalla Chiesa. Dichiarazioni che non sono servite a tranquillizzare gli insegnanti che sono scesi oggi in piazza, sperando di fare pressione sul governo e avere più voce in capitolo sull’applicazione di una riforma che spaventa molti di loro.