Adolescenti e bambini agonizzanti per la sete e la fame accatastati come carcasse di pesci sul fondo di un fatiscente barcone, mamme distrutte che issano i loro bambini di pochi mesi davanti all’unica telecamera che filma il loro dramma, corpi di uomini scheletrici sanguinanti per le coltellate ricevute dai compagni di sventura. È impossibile guardare le immagini girate da una giornalista tailandese, riprese da Bbc e Al Jazeera, senza domandarsi a cosa serva l’Onu.

Indonesia: il dramma dei migranti come nel Mediterraneo

Da 2 mesi, nel mare delle Andamane, si sta giocando un tragico ping-pong tra Birmania, Thailandia, Malesia e Indonesia sulla pelle di migliaia di profughi Rohingya e migranti dal Bangladesh in fuga dalle persecuzioni e dalla povertà a bordo di vecchi barconi fantasma abbandonati dagli “scafisti”. Mentre 1.500 profughi sono stati tratti in salvo nei giorni scorsi dall’Indonesia, che però ieri ha sigillato la sua frontiera marina, la Birmania fa sapere all’Onu di non voler riprendersi i profughi “perché non è un problema nostro” mentre gli altri Paesi coinvolti tacciono. E l’Onu, invece di inviare il suo segretario per risolvere il problema dei 700 disperati che ancora vagano in mare senza capitano e sostentamento, si limita a ribadire che “se non verranno accolti moriranno di inedia” sotto gli occhi di un mondo indifferente. Cosa deve succedere ancora perché Palazzo di Vetro, ormai sede di un mandarinato costoso e fine a se stesso, si attivi concretamente?

Considerato che tra gli obiettivi di sviluppo del Millennio, da raggiungere entro l’anno, ci sono lo sradicamento di fame e povertà; la riduzione della mortalità infantile e il miglioramento della salute materna.

I Rohingya sono un’etnia di circa 2 milioni di persone di fede islamica che vive di pesca, fuggiti dal Bangladesh decenni fa per la discriminazione e rifugiatisi in Birmania dove non sono mai stati accettati, rimanendo apolidi e senza diritti. Negli ultimi due anni un monaco buddista ultranazionalista, Shin Wirathu, ha chiesto ai suoi sostenitori di bruciare le loro baracche, provocando fughe di massa. Finora i profughi avevano trovato rifugio presso i campi allestiti nei paesi limitrofi ma nessuno sembra più disposto a dar loro asilo.

Qualche giorno fa su uno dei barconi è scoppiata una rissa sanguinosa con i migranti economici del Bangladesh, che condividono questo viaggio dell’orrore, per accaparrarsi il poco cibo e le bottiglie d’acqua offerte da un’ong. Almeno 100 sono rimasti uccisi a bastonate e coltellate e i corpi buttati in mare. Una fine che toccherà anche ai 700 sul vascello fantasma se nessuno li accoglierà presto. Le Filippine, membro dell’Asean (Associazione della Nazioni del Sud-est asiatico di cui i paesi coinvolti, tranne il Bangladesh fanno parte) hanno espresso oggi la volontà di accoglierli “perché fa parte dei nostri doveri come stato aderente all’Onu”. Ecco, pur essendo un paese con una massa enorme di poveri e con una crescita economica che non si può paragonare alla ricca Indonesia e ancor meno alla Malesia, entrambe peraltro di fede islamica, solo le Filippine potrebbero aprire loro le porte. Alla faccia della solidarietà tra correligionari.

Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2015