E’ noto come l’archivio segreto di Via Nazionale. Per via dell’ufficio, al civico 230, nel cuore della capitale, dove Pio Pompa, il funzionario del Sismi all’epoca diretto da Nicolò Pollari, spiava e confezionava dossier sul conto di giornalisti, magistrati e politici. Bersagli che avevano tutti qualcosa in comune: erano ritenuti «nemici» dell’allora governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. E, soprattutto, avversari da «disarticolare» anche con il ricorso ad «azioni traumatiche». La “Spectre” romana fu scoperta nell’estate del 2006, insieme a centinaia di fascicoli riservati, dalla Procura di Milano che indagava sul caso del sequestro dell’imam Abu Omar. Siamo all’inizio di una vicenda giudiziaria, tutt’ora pendente, che rischia però di chiudersi in un nulla di fatto se, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, dopo quello di Romano Prodi, dell’ex Cavaliere, di Mario Monti ed Enrico Letta, anche il governo di Matteo Renzi sembra deciso a porre il segreto di Stato.

Ma andiamo con ordine. Nel 2007 le carte dell’inchiesta finiscono per competenza alla Procura di Roma. Nell’elenco dei dossierati, però, figurano anche alcuni magistrati della capitale. Così, il 27 aprile 2009, il fascicolo approda a Perugia. A novembre, il pm Sergio Sottani chiude le indagini. Contestando a Pollari e Pompa due reati: peculato, per aver distratto «somme di denaro, risorse umane e materiali» per fini diversi da quelli istituzionali, come il dossieraggio «sulle presunte opinioni politiche, sui contatti e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari»; e l’indebita intrusione nella vita privata delle persone schedate, con la «violazione, sottrazione e soppressione della corrispondenza elettronica dell’associazione di magistrati Medel», oltre all’«accesso abusivo al sistema informatico dell’associazione» e la «violazione della privacy». Ma tutto si ferma quando Palazzo Chigi (governo Berlusconi) decide di porre il segreto di Stato sulla vicenda. Perché le attività del direttore e del funzionario del Sismi, cioè quelle di dossieraggio di giornalisti, magistrati e politici, sono da ritenersi «indispensabili alle finalità istituzionali» dei servizi segreti e pertanto soggette alla «speciale causa di giustificazione» che, a norma di legge, «si applica quando le condotte sono poste in essere nell’esercizio o a causa di compiti istituzionali dei servizi di informazione per la sicurezza» e «indispensabili e proporzionate al conseguimento degli obiettivi dell’operazione non altrimenti perseguibili».

Risultato: il 1° febbraio 2013 il gup di Perugia ha prosciolto sia Pollari che Pompa dalle accuse di peculato «per l’esistenza del segreto di Stato» e di violazione della corrispondenza «per intervenuta prescrizione». La decisione, impugnata dalla procura del capoluogo umbro in Cassazione, è stata però ribaltata dalla Suprema Corte che ha annullato il proscioglimento. Tutto risolto? Neanche per sogno. Perché l’ultimo capitolo di questa intricata vicenda giudiziaria si sta scrivendo proprio in queste ore. Trasmesso il fascicolo di nuovo al gup di Perugia, si è già verificato un nuovo intoppo. Comparso in udienza il 28 aprile scorso, il generale Pollari, oggi consigliere di Stato, si è trincerato di nuovo dietro al segreto di Stato, esibendo ai magistrati una lettera firmata da Giampiero Massolo, con la quale il direttore generale del Dipartimento informazioni per la sicurezza (Dis) di Palazzo Chigi, ha confermato che «è vigente il segreto di Stato», chiarendo di avere informato della vicenda «il presidente del Consiglio dei ministri». Che, come garantito da Massolo a Pollari, intende «proporre un nuovo ricorso per conflitto di attribuzioni a tutela del segreto di Stato» al fine di impedire che il processo continui, chiedendo alla Corte Costituzionale l’annullamento della sentenza con la quale la Cassazione aveva dichiarato «potersi procedere» nei confronti dei due imputati. I tempi, insomma, si allungano. E la prescrizione si avvicina.
Twitter: @Antonio_Pitoni