“Il presidente Luciano D’Alfonso ha detto di essere a conoscenza di gravi anomalie sull’andamento del processo“. Fu questa la frase riferita, alcune settimane prima della sentenza, davanti a più testimoni. Il Fatto ha incrociato queste testimonianze: “Ci fu detto che il presidente della Regione Abruzzo aveva saputo qualcosa di molto strano sull’andamento del processo”, riferiscono le nostre fonti, che preferiscono restare anonime, ma garantiscono di essere pronte a confermare l’episodio dinanzi alla procura di Campobasso. È a Campobasso, infatti, che è stato trasferito da Chieti, per competenza funzionale, il fascicolo sul processo di Bussi, per ora a carico di ignoti.

Il fascicolo nasce dalle rivelazioni, pubblicate dal Fatto, di alcune giudici popolari che hanno dichiarato di non essere state “serene” al momento del giudizio e di non aver mai letto gli atti. Soprattutto, hanno raccontato che, durante una cena, quindi fuori dal contesto della camera di consiglio, avevano discusso con il presidente della corte d’Assise, Camillo Romandini, e il giudice a latere, Paolo di Geronimo, dell’eventualità di condannare per disastro ambientale doloso i 19 imputati, tutti ex dirigenti ed ex tecnici Montedison.

“Romandini – raccontano i giudici popolari, che preferiscono mantenere l’anonimato – ci ha spiegato che se avessimo condannato per dolo, se poi gli imputati si fossero appellati, e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni. E avremmo rischiato di perdere tutto quello che avevamo”. Il Fatto Quotidiano, nei giorni scorsi, ha contattato il giudice Romandini, per chiedergli di confermare o smentire, ma il presidente della Corte d’assise ha risposto di non poter commentare per non violare il segreto della camera di consiglio. Il punto è che l’episodio descritto dai giudici popolari non s’è verificato in camera di consiglio, bensì in una pizzeria, così come tutte le altre dichiarazioni rilasciate al Fatto.

La cena in questione risale al 16 dicembre, quindi tre giorni prima della sentenza, che si risolverà con l’assoluzione per tutti gli imputati dall’accusa di avvelenamento delle acque. Per quanto riguarda il disastro ambientale, invece, il reato sarà derubricato da doloso in colposo e, di conseguenza, l’accusa cadrà comunque in prescrizione. Il Fatto è però in grado di rilevare un ulteriore dettaglio di questa vicenda: secondo la ricostruzione di altre fonti, che preferiscono mantenere l’anonimato, ma assicurano di essere disponibili a parlare con gli organi inquirenti, il presidente della Regione Abruzzo avrebbe dichiarato, prima della sentenza, di aver avuto contezza di alcune anomalie nell’andamento del processo.

Il Fatto ha provato a contattare il presidente della Regione Abruzzo, chiamandolo più volte e indirizzandogli tre sms, per chiedergli delucidazioni su questa vicenda, ma non ha avuto alcuna risposta. Oltre alla Procura di Campobasso, della sentenza Bussi-Montedison e delle rivelazioni di alcune giudici popolari, si sta occupando anche il Csm, che ha aperto una pratica destinata alla Prima commissione, quella che si occupa delle inchieste che riguardano i magistrati. Il ministero di Giustizia, invece, ha chiesto gli atti del processo per valutare se inviare a Chieti i propri ispettori.

E di “anomalie”, in una lettera inviata al Csm, ha parlato anche l’avvocato dello Stato Cristina Gerardis, parte civile nel processo: “Ho constatato gravi anomalie nel processo sul disastro ambientale a Bussi”, ha scritto l’avvocato dello Stato al Csm, spiegando di averle segnalate, circa un mese fa, a un altro importante organo dello Stato: la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Commissione che, non a caso, ha da tempo fissato delle audizioni – tra il 27 e il 28 maggio a Pescara – per approfondire le vicende legate alla discarica dei veleni di Bussi sul Tirino. Nelle poche righe consegnateal Csm, l’avvocato dello Stato ha dichiarato la propria disponibilità a raccontare “ogni dettaglio” a sua conoscenza, chiamando in causa anche Alessandro Bratti, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti che, di questi dettagli, “già conosce il contenuto”.

Riguardo le rivelazioni pubblicate il 13 maggio dal Fatto Quotidiano, l’avvocato dello Stato riferisce al Csm di aver avuto direttamente “contezza” dopo la sentenza. In Abruzzo, aggiunge, era particolarmente diffusa una consapevolezza: “Che gli imputati sarebbero stati tutti assolti”. Ma si trattava solo di “voci” insufficienti, da parte sua, per denunciare la situazione. In realtà già a dicembre – dinanzi ad altri testimoni – qualcuno le avrebbe riferito di aver saputo che le assoluzioni erano già scontate. “Non posso rivelare il nome di questa persona – ha dichiarato Gerardis al Tg3 Abruzzo – se non alle autorità competenti a indagare”.

da Il Fatto Quotidiano del 17 maggio 2015