L’australiano Simon Gerrans compirà 35 anni il 16 maggio. Però il regalo se l’è fatto in anticipo conquistando la prima maglia rosa del Giro 2015, nella cronometro a squadre da San Lorenzo a Mare a Sanremo, lungo la pista ciclabile Riviera dei Fiori. Gerrans infatti è stato il più lesto dei suoi compagni di squadra, l’Orica GreenEdge di Melbourne, sponsorizzata da una multinazionale con 14mila dipendenti che produce agenti chimici ed esplosivi per usi minerari. Sanremo gli è amica: nel 2012 vinse la Milano-Sanremo, l’anno scorso si concesse il successo nella Liegi-Bastogne-Liegi, la “doyenne” delle Grandi Classiche del Nord. Vittorie che nobilitano una carriera (al Giro era arrivato primo un’altra volta, nel 2009, al termine della quattordicesima tappa dai Campi di Bisenzio al santuario bolognese di San Luca). Per di più, ma questo non è un dato tecnico bensì…scaramantico, indossa il pettorale 136: sommando le cifre abbiamo 10, cioè 1+0= 1. Il destino svelato dai numeri. Uno. Primo, appunto. Predestinato.

Il buon Dio copto del pedale etiope è stato invece assai ingrato. Perché la Lampre-Merida di Tsgabu Debremaryam Grmay si è piazzata in fondo alla classifica, penultima a 59 secondi dalla Orica del dinamitizzato Gerrans che ha rollato alla media di 54,339 chilometri all’ora. Come una motoretta. Peccato. Nessuna fiaba da raccontare, stasera, a Macallé. L’hanno intravisto, il figliol prodigo in bicicletta, in diretta tv, appena qualche secondo nel finale di corsa: un bel viso, aperto, dai lineamenti fini, lo sguardo limpido, aperto…tirava la volata insieme a Diego Ulissi, noto cacciator di tappe e un incidente di percorso, diciamo così, targato salbutamolo, un broncodilatatore: avvenne il 21 maggio del 2014, al termine dell’undicesima tappa del Giro. Controllo antidoping, positività riscontrata. Il corridore livornese buscò nove mesi di squalifica, comminati dai giudici svizzeri, giacché risiede a Lugano e ha tessera elvetica.

C’è tempo per rifarsi, vale per Ulissi quanto per Grmay. Le sconfitte sono scuole di vita, aveva detto al giovane Tsgabu padre Angel Olaran, uno di quegli eroi anonimi che non frequentano i tinelli televisivi, ma che si dannano per tirar fuori dalla fame e dalla miseria i giovani vittime dell’indigenza che affligge l’Etiopia. Tra le tante iniziative che ha portato avanti padre Angel – in mezzo a mille difficoltà economiche – c’è la Fundàcion Etiopia Utopia. Tramite il Guna Cycling Team, uno dei club più antichi del Paese, ha recuperato materiale sportivo per donarlo a quei giovani ragazzini che sognavano di praticare il ciclismo, e andare in fuga da una vita che li aveva privati di tutto. Agli orfani il club ciclista offre una casa dove poter dormire, soprattutto mangiare e una bici per allenarsi. E chissà, grazie al talento, per riuscire un giorno a mantenersi.

Il ciclismo etiope, grazie a queste generose e coraggiose iniziative, comincia a svilupparsi. Su strade polverose e aggiustate in qualche maniera, vengono organizzate corse d’un solo giorno, e persino gare a tappe, affrontate da torme di giovani speranzosi (dai 17 ai 25 anni) che si battono su bici vecchie e spesso malandate, che sfoggiano improbabili tute e maglie donate dalle fondazioni come quella di padre Angel. Benché non sappiano correre con strategia, lo fanno con quella stessa forza innata che rese famoso il ciclismo colombiano, naif ma garibaldino, strenuo e, a suo modo, persino epico. Del resto, lo ripete di tanto in tanto Grmay, l’Etiopia è un Paese che a piedi e in bici ha voglia di correre più forte di tutti. Nella cronometro a squadre, comunque, una piccola soddisfazione se l’è presa. E’ il secondo della Lampre, dietro Ulissi, ma davanti a Manuele Mori, al forte polacco Przemyslaw Niemiec, a Roberto Ferrari, allo sloveno Jan Polanc. In classifica generale è 145esimo (su 197). Guarda caso, le cifre del suo piazzamento, sommate, fanno 10. Come Gerrans. Salta fuori, cioè, un uno. Nel caso di Tsgabu Grmay, non certifica un primato. Ma, come diceva Giuliano Kremmerz, grande filosofo dei tarocchi, ogni combinazione numerica è capace di rendere manifeste le più “ascose” verità.