L’Italicum incassa il primo voto di fiducia, sull’articolo 1 della riforma elettorale. I sì sono stati 352 e a pesare sono stati i 50 arrivati da Area riformista, la corrente di minoranza del Pd, che hanno lasciato soli, nel “non voto”, tutti i leader “anti Renzi”: Bersani, Cuperlo, Epifani, Enrico Letta, Bindi, Roberto Speranza. Si sono presentati sotto al banco della presidenza di Montecitorio in 560 quindi gli assenti sono stati 70 (207 i contrari, un astenuto): 38 quelli del Pd (due erano malati), 9 di Forza Italia, 3 di Ap (Ncd e Udc), 3 del M5S, 4 del Misto, 1 di Sel e 1 di Fdi. Da una parte quei 50 potrebbero ora far “pesare” la loro decisione di votare e votare sì. Dall’altra hanno firmato un documento che sembra andare contro la scelta di Bersani e degli altri: “Le prove muscolari non portano lontano. Chiunque le faccia. Non votare la fiducia non è una dimostrazione di coraggio. È una scelta politica – si legge – E la nostra scelta è sempre, coerentemente, invece quella di migliorare i provvedimenti e costruire le condizioni del dialogo e dell’unità nel Pd. In modo ostinato. Contro gli estremisti e i tifosi”. Parole che rischiano di far diventare Bersani e i suoi una minoranza dentro la minoranza. “E’ un primo passo – ha commentato il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi – Siamo soddisfatti, siamo in linea con il numero di voti delle altre fiducie. Il più alto era stato 354″. Si è trattato della 37esima fiducia chiesta e ottenuta dal governo Renzi.

Ai no “silenziosi” del Pd si sono aggiunti di sicuro anche quelli di di Nunzia De Girolamo, ex capogruppo del Nuovo Centrodestra a Montecitorio, e Giuseppe De Mita, che ha provocato un mezzo caos all’interno del suo partito (l’Udc) che invece ha pubblicamente sostenuto l’Italicum di Renzi. I no, invece, sono arrivati dalle opposizioni: M5s, Sel, Lega Nord, Forza Italia. I deputati vendoliani sono sfilati in Aula con una fascia nera al braccio in segno di lutto. Uno di loro, Giulio Marcon, aveva in mano anche un libro rosso, un volume sulla Costituzione di Giuseppe Dossetti. Per questo è stato richiamato all’ordine dal presidente di turno dell’assemblea, Luigi Di Maio

 

I 36 che non hanno votato la fiducia sono Roberta Agostini, Albini, Bersani, Bindi, Bossa, Bruno Bossio, Capodicasa, Cimbro, Civati, Cuperlo, D’Attorre, Fabbri, Gianni Farina, Fassina, Folino, Fontanelli, Fossati, Carlo Galli, Giorgis, Gnecchi, Gregori, Laforgia, Letta, Leva, Maestri, Malisani, Marco Meloni, Miotto, Mugnato, Murer, Giorgio Piccolo, Pollastrini, Stumpo, Vaccaro, Zappulla, Zoggia, Epifani, Speranza. Se Epifani e D’Attorre hanno annunciato in Aula la loro scelta, Gianni Cuperlo lo ha fatto dopo il voto: “Non è una giornata semplice né serena. Amareggia e addolora non votare la fiducia perché mi sento parte di una comunità ma è un segnale legittimo e necessario per uno strappo incomprensibile”. In mattinata, all’indomani dello scontro frontale con le opposizioni, esterne ed interne, dovuto alla questione di fiducia posta sulla legge elettorale, si era fatto sentire di nuovo il presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Fa male sentirsi dire che siamo arroganti e prepotenti: stiamo solo facendo il nostro dovere. Siamo qui per cambiare l’Italia”. Nella sua e-news il leader Pd spiega che “se accettiamo anche noi, come accaduto troppo spesso in passato di vivacchiare e rinviare, tradiamo il mandato ricevuto alle primarie, dal Parlamento, alle Europee“.

Nelle stesse ore era tornato a parlare anche Pier Luigi Bersani, uno dei leader che hanno annunciato che non voteranno la fiducia al governo. “Io non esco dal Pd, bisogna tornare al Pd. Il gesto improprio di mettere la fiducia lo ha fatto Renzi, non io. E’ lui che ha fatto lo strappo“. Bersani – che sui giornali ha detto che il Pd “non è più il mio partito” – smentisce qualsiasi rischio di scissione. Per l’ex segretario, Renzi “non ha messo la fiducia perché non aveva fiducia in noi, l’ha fatto per la bellezza del gesto, ed è anche peggio”. L’obiettivo di Renzi, dopo l’approvazione dell’Italicum, non è per Bersani andare a votare ma “disporre” del Parlamento: “Potrà dire si fa così o si vota”. Per l’ex segretario “si ricordano degli ex leader per chiedere loro lealtà solo quando si tratta di votare queste fiducie, non quando rimuovono dalla commissione o non ti invitano alle feste”.