“Non ne ho memoria”. Vuoto totale. Carlo De Benedetti dice di non ricordare nulla di quando patteggiò per falso in bilancio 3 mesi di reclusione e 15 milioni di lire di multa, il tutto convertito in 51,7 milioni di multa. Era il 1999 e l’ingegnere ottenne il patteggiamento dal tribunale di Ivrea per l’iscrizione nei bilanci dell’Olivetti di crediti e ricavi inesistenti per oltre 120 miliardi di lire. La sentenza è stata tirata fuori lunedì in aula a Milano dall’avvocato Tullio Padovani, mentre l’ex numero uno dell’Olivetti era sentito come parte civile nel processo per diffamazione a mezzo stampa da lui stesso promosso contro Marco Tronchetti Provera, presidente e amministratore delegato di Pirelli. “Patteggiare una pena equivale a una sentenza di condanna – ha detto il legale in udienza –. E De Benedetti dovette risarcire la società per ottenere l’ok di procura e tribunale”.

Al centro del procedimento milanese ci sono alcune affermazioni di Tronchetti Provera, che a ottobre 2013 si era espresso così su De Benedetti: “Potrei dire che è stato molto discusso per certi bilanci Olivetti, per lo scandalo legato alla vicenda di apparecchiature alle Poste italiane, che fu allontanato dalla Fiat, coinvolto nella bancarotta del Banco Ambrosiano, che finì dentro per le vicende di Tangentopoli”. Per aggiungere in seguito: “E’ evidente che io e De Benedetti non parliamo la stessa lingua, come è normale possa succedere tra un cittadino italiano e uno svizzero”. Il tutto in reazione alle parole dell’ingegnere ed editore del gruppo Espresso che, riguardo alla gestione di Telecom, avevano definito Tronchetti Provera “un incapace”.

Tutti i punti toccati da Tronchetti Provera sono stati oggetto in aula di duri botta e risposta tra De Benedetti e l’avvocato Padovani. Nella sua deposizione l’ex presidente di Olivetti ha sostenuto che è “falso e insultante affermare che i bilanci Olivetti potessero non essere corretti”. Ma nel corso del controesame il legale ha tirato fuori la sentenza di patteggiamento per falso in bilancio, con cui veniva applicata la stessa pena di De Benedetti a Corrado Passera, anche lui in quel periodo ai vertici del gruppo di Ivrea. La sentenza venne poi revocata nel 2003 a seguito della depenalizzazione del falso in bilancio voluta da Silvio Berlusconi, cosa di cui diede conto pure il gruppo editoriale guidato da De Benedetti, con un articolo su Repubblica. Niente che però abbia aiutato l’ingegnere a tenere a mente quella vicenda. Come non lo hanno aiutato le parole dell’avvocato Padovani, secondo cui “quei bilanci erano falsi criminosamente”.

Nessun “non ricordo” invece sul coinvolgimento di De Benedetti in alcune vicende di Tangentopoli, per altro già ammesse in passato. Così in aula l’ingegnere ha ricordato come si presentò spontaneamente all’allora pm milanese Antonio Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi “la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo”. De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione. Dovette però passare in carcere alcune ora, prima di andare ai domiciliari, in seguito a un’ordinanza di custodia cautelare emessa nel 1993 dal gip di Roma, cosa anche questa confermata dall’imprenditore.

Tra gli addebiti che sono valsi a Tronchetti Provera la querela anche quella sul “coinvolgimento” di De Benedetti nel crack del Banco Ambrosiano. Un’affermazione che l’ingegnere ha definito “falsa e subdola”, ricordando di essere stato assolto in Cassazione. Dal canto suo l’avvocato Padovani ha ricordato come De Benedetti “fu condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta, sentenza poi confermata in appello. Ci furono due sentenze della Cassazione nel 1990 e nel 1993 che poi (nelle prossime udienze, ndr) avremo modo di esaminare
 per le motivazioni”.

Scambi accesi anche sull’uscita di De Benedetti dalla Fiat nel 1976, definito da Tronchetti Provera un “allontanamento”. L’ingegnere, invece, ha affermato che, “come ammesso da Cesare Romiti”, si trattò di sue dimissioni motivate dal fatto che gli Agnelli non erano d’accordo con il suo piano di licenziamenti. Padovani ha tuttavia citato in aula alcuni articoli comparsi sui giornali in quel periodo in cui la fuoriuscita veniva definita “estromissione”, “licenziamento”, “cacciata” e addirittura “defenestrazione”. Alla domanda se avesse mai presentato querela o chiesto una rettifica, De Benedetti ha risposto di no, sostenendo che era inutile mettersi contro l’ufficio stampa della Fiat, responsabile secondo lui di quelle ricostruzioni e anche delle ricostruzioni sul suo presunto tentativo di scalata del gruppo automobilistico: “Si inventarono che era appoggiato da una cordata di ebrei – ha detto De Benedetti in aula -. Ma chiunque conosca gli ebrei, sa che chiedono e non danno”.

Infine, riguardo alle frasi del numero uno di Pirelli sulla cittadinanza svizzera, l’ingegnere ha spiegato che tale argomentazione è stata usata in passato dai giornali di destra “per far credere che non pago le tasse in Italia”. Ha aggiunto quindi di aver sempre pagato le imposte nel nostro Paese e di aver trasferito la residenza fiscale in Svizzera “solo dal 2 gennaio 2015”.

@gigi_gno  – luigi.franco.lf@gmail.com