Che sia nel testo di una sua canzone, così come nelle brevi frasi per riempire gli spazi tra un brano e l’altro dei concerti, o la chiacchierata birra-e-sigaretta fuori dal locale, Alberto Bianco non sbaglia mai l’utilizzo di una parola. La parola per lui ha un valore superiore alla semplice comunicazione e ascoltando il suo ultimo album Guardare per aria, si ha la netta sensazione della semplicità con la quale tutto questo avviene. “Quello che non hai mi piacerebbe riportartelo, con un regalino un ritornello da megafono, arrampicandomi su un albero a urlartelo, quello che non hai sono io”: questa è una tipica frase bianchesca, semplice, no? Eppure basta ascoltarla una volta e diventa immediatamente un classico.

L’esperimento sulla assuefazione collettiva da musica di Bianco è avvenuta a Roma, presso il locale ‘Na Cosetta, nella centralissima zona Pigneto in Roma. Entri e trovi tutto il pubblico che canta Drago: “La felicità è un drago fatto di / gesti piccoli, ma così piccoli, quasi invisibili”. Ti volti e trovi Niccolò Fabi e Pier Cortese, altri due ottimi creatori di testi e musiche, oramai succubi delle liriche bianche; e intonano: “La paura è fatta di niente, come Dio è fatta di niente, come un salto è fatta di niente, come il tempo è fatta di niente”. “La prima volta l’ho visto suonare da Giancarlo (storico locale torinese, ndr) – mi spiega Niccolò – mi ha impressionato perché il locale era strapieno e confusionale, ma lui stava lì a suonare le sue canzoni, mi ha catturato la sua convinzione”. E così ha deciso di portarselo in tour. Questa sera tutti vorrebbero portarselo a casa.

Il concerto è la presentazione ufficiale di Guardare per Aria, uscito per INRI Torino lo scorso febbraio, un lavoro fitto di collaborazioni che pone a confronto il sound della scuola cantautorale romana di Niccolò Fabi e Roberto Angelini con quello della Torino indipendente di Levante e dei Nadàr Solo. Si inizia con la title track Filo d’erba con il suo groove cantauto-funk portato avanti dal trio basso-chitarra-batteria alle sue spalle. Title track perché al suo interno c’è: “E noi qui in silenzio a guardare le stelle, che un po’ ci invidieranno, perché poi in fondo sanno, che è meglio guardare per aria che a terra”. La scaletta continua con Volume (‘odio chi è nascosto, ma adoro ritrovarmi’), Almeno a Natale (dove ammette: “Stavo scrivendo questo brano molto simile a uno dei Nadar Solo, così ho chiamato Matteo [De Simone, il cantante] a cantarlo con me, l’ho sfangata in questa maniera’), Quello che non hai, Corri Corri e Le dimensioni contano, forse l’unico brano del lotto a subire una piccola flessione interpretativa: “Questo è un brano molto difficile che è stato registrato su disco da super musicisti romani, noi riproviamo a farlo”, ma i super-musicisti romani non si battono.

Extra Guardare Per Aria piazza Mela (da Nostalgina, album del 2011), e anche qui tutto il pubblico giù a cantare: “Fermi tutti” interrompe Bianco “La state cantando come Levante… allora la faccio anche io come lei” e inizia una sorta di semifalsetto; sì, perché il nostro è anche il produttore della cantante siciliana diventata torinese. Aggiunge La solitudine perché c’è?” (da Storia dal futuro del 2012); e nuovamente da Nostalgina, Splendidi, il brano più intenso di tutta la serata, con una carica psichedelica sobria che spaventa, ma soprattutto canta: “Sarebbe un sogno mantenere un figlio con il rock”, qui il pubblico inizia ad alzare le mani perché sa che sta per arrivare: “Con Marco Carta benzinaio e in classifica Josh Homme” e tutta ‘Na Cosetta salta in aria prima del sussulto finale: “Nella psichedelia c’è un po’ di magia, lo sapeva Mogol quand’era in acido. Ma in che condizioni saremmo, se Bianco andasse a San Remo”.
Si esce dal locale, tutti felici con lo sguardo a terra, arriva a farci compagnia Bianco, tutti felici a guardarlo in faccia. E’ meglio guardare Bianco che a terra.

(Ha collaborato Fabrizio Galassi)