I_LOVE_YOU_COVERNon vogliamo cambiare il mondo, vogliamo solo vivere in pace. Come diceva quel vecchio partigiano, non ci interessa la gloria e un paio di pagine su Wikipedia…“. Arrivati al loro terzo album, i Management del Dolore Post Operatorio mostrano un carattere tosto, una sincerità rara e uno stile riconoscibile in ogni lavoro. E questo I Love You è in continuità con i precedenti. Anzi, è la perfetta prosecuzione dell’ultimo McMao, anche se, a livello di ricerca musicale, si ha come l’impressione si siano un po’ adagiati.

Il sound, infatti, non muta di un centimetro: “Noi diamo sempre il massimo – risponde Luca Romagnoli, il frontman della band abruzzese –, e ogni disco rappresenta una parte precisa della nostra vita. Per ora abbiamo espresso tutto il nostro potenziale, ma il potenziale non è come la benzina che finisce, è piuttosto come l’energia solare, e più ti esponi sul versante giusto, più luce prendi e più energia accumuli e sprigioni”. Per questo album “abbiamo forse smesso di cercare chissà dove le nostre ispirazioni perché erano tutte all’interno del gruppo. Abbiamo fatto una grossa ricerca su noi stessi e su quello che potevamo dare per rendere al massimo, trasformando tutti i nostri difetti nei pregi di questo disco, il più sincero che abbiamo mai scritto”.

Composto da 11 brani dal sapore 90’s, oggi i Madedopo sono esponenti di un pensiero che si rifiuta di prender parte a quel gioco che li vorrebbe in una competizione forzata, come in un allevamento di polli. Loro, moderni persuasi, le cantano a tutti e di santa ragione! “È ovvio… come dice il mio amico poeta Paolo Maria Cristalli – afferma con tono scherzoso Romagnoli – ‘Dio, quando ha qualcosa da dire, non si rivolge certo ai creativi di Benetton’”.

Luca perché avete deciso di intitolare il nuovo album I Love You?
Il ragionamento per cui siamo arrivati a I Love You ce lo portiamo dietro da anni, ma ha avuto il culmine durante il Festival di Sanremo di quest’anno, dove per l’ennesima volta tutti i partecipanti, dai giovani rapper ai vecchi bacucchi della musica italiana, per finire con la ingiudicabile canzone vincitrice del festival, hanno parlato d’amore, sempre e solo d’amore. Ma di quale amore parlano? Dove lo hanno visto? Chi ci vuole far credere che questa è l’epoca dell’amore? ‘Dimmi chi sei, che non mi lascerai mai’, ma per favore. Il nostro I Love You racchiude un pensiero sull’amore più moderno e profondo, senza parlare mai una volta, nemmeno una, d’amore.

C’è molta negatività e rabbia nei vostri testi: qual è il mondo frequentato dal Management?
È il mondo che viviamo tutti. Il mondo in cui nessuno sa come venirne a capo, dove nessuno sa chi prende le decisioni, chi decide la differenza tra povertà e ricchezza, tra vita e morte. Un mondo dove una volta scoperto il colpevole non succede niente e lo si dimentica subito, come quei giochi da tavola in cui devi scoprire l’assassino. Un mondo in cui non abbiamo più il coraggio di combattere questa deficienza che ci circonda. Se ci fosse un Gandhi o un Martin Luther King o un Che Guevara o un Gesù Cristo li prenderebbero per cretini e farebbero qualche stupida paginetta su Facebook.

Vi divertite ancora? Chi è che limita il vostro divertimento?
Ci divertiamo sempre. Un pochino ci limita l’idea della morte. E quindi la colpa non è altro che della nostra educazione cattolica. Di chi sennò? Non ce l’hanno insegnato loro il terrore?

Che rapporti avete con le vostre famiglie?
Buoni, se ci prestano i soldi.

Nel brano Scimmie toccate persino il tema del Transumanesimo…
Sarebbe bello se un giorno fossimo davvero moderni, se non ci fossero più le malattie, la morte, le persone sfruttate, se non ci fosse più il lavoro e le differenze sociali, e abbiamo smesso di crederci e di sognarlo, e allora pensiamo a noi e a come fottere il prossimo, visto che siamo passati alla rassegnazione, il sentimento più riprovevole di tutti. È una versione provinciale di Imagine di John Lennon. Ma dopo 50 anni, i sogni sono di meno e le paure sono di più. Si spera che la tecnologia e la scienza ci aprano definitivamente gli occhi sulle possibilità del nostro corpo e del nostro intelletto. Anche attraverso le macchine.

Ne Il campione di sputo la cantate ai politici corrotti, alle loro passerelle e al popolo bue…
La rivolta non è necessariamente una guerra civile. La rabbia e la lotta sono l’essenza della poesia, ma una battaglia, anche se persa in partenza, è un piccolo regalo alla propria dignità. Anche uno sputo, nel tempo che ci vuole per partire dalla bocca e arrivare in faccia del politico di turno, ci regala quella soddisfazione che non ha pari. Lo consiglio a tutti.

Due testi, invece, sono di altri autori: Scrivere un curriculum tratto dalla poesia del premio Nobel Wislawa Szymborska, e Il mio giovane e libero amore tratto da uno scritto anarchico del 1921.
Le cose belle a volte hanno il diritto di essere trattate per quello che sono, e non ho voluto semplicemente ‘ispirarmi a’ ma volevo lasciare il diritto a queste opere di restare, con i dovuti adattamenti, di proprietà intellettuali degli autori che le avevano scritte. Per scrivere un curriculum è una poesia meravigliosa, che descrive pienamente quanto è vuoto il mondo che vogliono da noi e per noi. Quanto nulla ci circonda, e quanto dobbiamo adattarci allo stampino per fare parte del mondo che hanno creato per noi, un mondo vuoto, fatto di curriculum ‘non’ vitae. Leggi un curriculum ad alta voce, e dimmi se ci hai trovato la vita. Lo scritto anarchico di Renzo Novatore (con lo pseudonimo di Sibilla Vane) è una meraviglia. Un poeta nonché uomo d’azione anarchico che si mette nei panni di una donna per aiutarla nella battaglia contro le millenarie e putrefatte convenzione sociali, che la vogliono madre sposa e magari anche donna delle pulizie. Che forza la poesia. A scuola queste cose non ce le insegnano. Ti immagini se ci insegnassero che siamo liberi? Che catastrofe!

Quali sono le vostre ambizioni legate a questo nuovo album?
Vogliamo tutto e non ci aspettiamo niente. Sarebbe bello che chi lo ascoltasse capisse quanto è importante per noi esprimere liberamente chi siamo, e anche le nostre idee. E quanto sia bello provocare rabbia e sdegno, perché succede sempre quando tocchi le colonne del pensiero che per secoli sono state costruite dall’educazione medievale che continuano a vomitarci addosso.