Altro che mobilità, il rischio è la paralisi della pubblica amministrazione. Bloccata da continui ricorsi in tribunale. Questo è il pericolo segnalato da Nyranne Moshi, avvocatessa giuslavorista con una lunga esperienza nel pubblico impiego, relativamente all’ultima idea del governo: un’agenzia nazionale per la mobilità che gestisca i trasferimenti dei dipendenti pubblici. La preoccupazione è condivisa anche dai sindacati di settore, che temono una cancellazione del ruolo della contrattazione. Il tema, in queste settimane, è di massima attualità. Nel mare magnum dei dipendenti pubblici, 3,2 milioni solo quelli a tempo indeterminato, si preparano grandi manovre, con il processo per ricollocare i 20mila dipendenti delle Province già in ritardo sulla tabella di marcia. Intanto il Parlamento sta esaminando la riforma della pubblica amministrazione, che ha suscitato non pochi dubbi tra giuristi e diretti interessati.

E nel dibattito è intervenuto anche il commissario alla spending review Yoram Gutgeld, parlando alla trasmissione Otto e mezzo. “Trasferiremo i dipendenti dove c’è bisogno – ha spiegato – rendendo più efficiente il personale pubblico. Infatti, stiamo pensando a un’agenzia per la mobilità”. Un progetto tutto da definire, ha precisato il deputato Pd, ma tanto è bastato per animare il dibattito all’interno degli addetti ai lavori. “C’è il rischio di una paralisi, o meglio di decisioni unilaterali che porteranno a un contenzioso legale il quale a sua volta paralizzerà, nei fatti, la mobilità”, spiega Moshi. Premettendo che per una valutazione più precisa occorrono i dettagli del progetto del governo, la professionista segnala il pericolo di un alto numero di cause in tribunale che blocchino il processo di mobilità.

A monte del discorso sta la tendenza del governo a ridurre, anche nella pubblica amministrazione, il potere contrattuale del sindacato. “Credo che ci sia una scelta di rendere meno importante l’intervento delle organizzazioni sindacali – argomenta Moshi – o comunque di relegarle a una funzione di consultazione, senza la possibilità di decidere insieme”. In questo senso, il solco è già stato tracciato dal decreto Madia del luglio scorso, che prevede la mobilità obbligatoria entro i 50 chilometri, anche senza l’assenso del dipendente o dei sindacati. E le stesse organizzazioni dei lavoratori hanno fiutato la minaccia. “Ci batteremo contro l’agenzia nazionale della mobilità – ha attaccato Rossana Dettori, segretario generale della Funzione pubblica Cgil – L’unico obiettivo ci pare la cancellazione del sindacato. Perché la mobilità è già scritta nei contratti e non è la deportazione dei lavoratori da un ente all’altro ma la possibilità per un lavoratore di chiedere di essere spostato”.

Per avviare un processo di mobilità tra i vari comparti del pubblico impiego, infatti, è necessario individuare una corrispondenza tra la posizione di partenza e quella di arrivo del dipendente, nel passaggio da un’amministrazione a un’altra. “Per ora c’è obbligo di stabilire insieme ai sindacati i criteri per individuare il personale in eccedenza e le corrispondenze tra i livelli dei vari comparti – spiega l’avvocato Moshi – Ma se il governo intende definire questi criteri in modo unilaterale, i timori dei sindacati possono essere fondati”. In questo quadro, si inserisce lo scontro tra governo e sindacati legato alle tabelle di equiparazione, cioè gli schemi che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovranno definire l’inquadramento del personale pubblico in caso di mobilità tra due enti. Il 2 aprile, il ministero ha proposto una bozza di decreto alle categorie di settore di Cgil, Cisl e Uil. In un durissimo comunicato, i sindacati hanno annunciato battaglia, parlando di “tabelle da battaglia navale” che porterebbero “una perdita salariale secca decisa d’ufficio e un salto all’indietro sui percorsi professionali”. “Questa non sarebbe mobilità, – scrivono le sigle sindacali – ma un processo forzato di trasferimento delle persone che calpesterebbe la dignità dei lavoratori e le aspettative di cittadini e imprese”. Riprendendo il ragionamento dell’avvocato, se salta la mediazione sindacale, è molto più facile che il lavoratore non accetti il trasferimento e si rivolga al tribunale. Ed ecco l’ombra della valanga di contenziosi e della paralisi del pubblico impiego.

Ma il progetto agenzia per la mobilità non desta perplessità solo dal punto di vista delle implicazioni giuridiche. “Credo che non debba esserci un ente a livello nazionale – sostiene Moshi – A livello regionale esistono già agenzie che gestiscono gli elenchi di personale in disponibilità. Si rischia di avere un organismo in più che si sovrappone a quelli regionali, con una proliferazione di enti che si paralizzano a vicenda”. Una scelta, tra l’altro, che andrebbe contro l’orientamento portato avanti finora in tema di decentramento delle funzioni dello Stato: “Credo che questo modo di accentrare a livello nazionale tutte le decisioni sia il contrario di quello che è stato scelto negli ultimi trent’anni, cioè decentrare le competenze agli enti locali”.