Per l’accusa era la talpa che consentì a Il Giornale di pubblicare, il 28 agosto 2009, un decreto di condanna nei confronti di Dino Boffo, allora direttore del quotidiano L’Avvenire (nella foto). Oggi il giudice monocratico Paola Lombardi del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha condannato a due anni di carcere l’ex cancelliere Francesco Izzo, imputato per accesso abusivo al sistema informatico perché, secondo l’accusa, consultò nel marzo del 2009 il casellario per ottenere il certificato penale del giornalista. Izzo, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani, dovrà anche risarcire Boffo, ma la somma sarà quantificata successivamente in sede civile.

Il quotidiano, allora diretto da Vittorio Feltri, pubblicò gli estremi di un decreto penale di condanna emesso il 9 agosto del 2004 dal gip di Terni a carico di Boffo per il reato di molestia alle persone, che prevedeva il pagamento di un’ammenda di 516 euro. Ammenda pagata regolarmente dal giornalista per una vicenda era relativa a presunte molestie telefoniche anche se la relativa querela presentata dalla vittima era stata ritirata. Boffo, autore di tre editoriali molto critici nei confronti dei comportamenti del premier Silvio Berlusconi (non erano ancora i tempi delle cene eleganti ma quella della partecipazione al compleanno di Noemi Letizia), si difese sostenendo che le telefonate erano state fatte dal suo telefono ma a sua insaputa e da qualcun altro. Le polemiche portarono Boffò a lasciare la direzione dell’Avvenire il 3 settembre del 2009. “Non c’era nessuna ragione legittima perché il cancelliere Francesco Izzo consultasse il casellario giudiziario in relazione a Dino Boffo” disse in aula durante un’udienza del processo la responsabile del casellario del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Lea Biasiucci. “Quella consultazione a carico di Boffo – ammise la testimone – non fu richiesta né dal legittimo interessato né da una pubblica amministrazione”.

Inoltre il quotidiano della famiglia Berlusconi pubblicò stralci di una informativa di polizia in cui si adombravano inesistenti moventi sessuali per quelle telefonate. Tutto questo per dimostrare che Boffo non potesse esprimere giudizi morali sul leader del Pdl. Fu scritto che il giornalista era “attenzionato dalla Polizia come noto omosessuale” e che avesse infastidito una donna perché “lasciasse libero il marito”. Era stata una pm della Procura di Monza, Caterina Trentini, come riporta il Corriere della Sera, a individuare e passare per competenza ai colleghi campani la traccia di tre sospetti accessi abusivi al certificato di Boffo. Individuato il cancelliere che ha negato sempre e ha sostenuto che potrebbero essere stati estranei che hanno avuto possibilità di accedere al suo pm rimane da capire il mandante.