Non me l’immagino proprio Angela Merkel sgambettare in tutina stretch e fare pilates. Invece, in una Ischia blindata, la cancelliera tedesca – donna più potente di mezzo globo – in vacanza termale per quattro giorni ha dimenticato i fili attorcigliati dei destini d’Europa per raddrizzarsi il fisico e rilassare la mente. Subito i primi tentativi di depistaggio: Hotel Miramare o Villa Margherita, ospite di Frau Margherita Mattera che, insieme alla tedeschissima madre furono le pioniere del turismo ischitano.

La Merkel non ha voluto nessun incontro con i politici locali. Solo passeggiate, anche sotto la pioggia, mostrando tempra teutonica. Va pazza per le alici fritte e per le terme Aphrodite. Ascolta solo la sua personal trainer, Anna Turcio, e come unica distrazione fa un po’ di shopping da Ida Giussani, una boutique di charme incastonata nel presepe di Sant’Angelo.

Chissà se le hanno riferito che, nelle stesse ore a Napoli, si inaugurava a Gallerie d’Italia “La Grande Guerra. Propaganda e consenso”. E dagli illustratori dell’epoca veniva già derisa una sanguinolenta e prepotente pace tedesca. La sede storica della Banca Commerciale di via Toledo ha chiuso e al suo posto lo splendido palazzo barocco Zevallos Stigliano Intesa Sanpaolo è diventato spazio espositivo.

Sotto un monumentale lucernario vetrato, tra stucchi dorati e marmi si snoda il vernissage. Fulcro della mostra è il manifesto di propaganda, moderno strumento di comunicazione e mezzo di persuasione sulle masse. E, così, sulle pareti a fondo muschio spicca l’arancione amaranto di un grande salvadanaio con la scritta patriottica invocativa: tutto il nostro risparmio alla patria. L’inarrestabile macchina bellica invita gli italiani a mandare soldi al fronte per sottoscrivere al prestito nazionale. Guerra e manifesti di propaganda sono andati subito d’accordo. Anche nel mettere alla berlina l’avanzata del nemico tedesco.

Dulcis in fundo Antonio Denunzio, coordinatore dei progetti culturali, applaude Alessandro Preziosi che legge lettere dal fronte immedesimandosi nel pathos del soldatino dal cuore spezzato che scrive alla madre.

Mission possible. Si chiama “Irene”, costi da femme fatal, impegnativa, seduttiva da capogiro, una fuoriclasse della simulazione, e in più vestita come una diva hollywoodiana. Grazie a lei si vedranno nuovi orizzonti. Irene è il parto gemellare del Cira, il Centro italiano ricerche aerospaziali, praticamente la Nasa napoletana, e della società consortile Ali (Aerospace laboratory for innovative components), ideata dall’ingegnere spaziale Norberto Salza (progetto portato a termine nel nome del padre Antonio, lungimirante, che disegnò la prima capsula 20 anni fa). Niente più lamiere o acciaio forgiato, bensì laboratori, super computer, carrelli di atterraggio e camere pulite. In un’area dismessa destinata a diventare una “Pompei” archeologica dello scarto industriale (come già accaduto all’Italsider, sorella dell’Ilva di Taranto) è nato, invece, 10 anni fa un progetto di aggregazione tra le realtà industriali presenti. “Rispetto ad altre piattaforme satellitari, ‘Irene’ (profeticamente dal greco Pace) si apre in volo come un ombrello, al fine di ridurre spazio (che nello spazio è preziosissimo) e peso”, spiega il presidente Giovanni Squame. Il tessuto ultratech che riveste e protegge la struttura, fatta di acciaio, alluminio e fibra di ceramica, sarà cucito dalla sartoria napoletana Attolini (dove sono stati confezionati i vestiti del film da Oscar La Grande Bellezza). Sulla “postina spaziale” sono stati investiti 5 milioni di euro, andrà in orbita nel 2017. Basteranno per riportare a casa campioni di Marte?