Sui derivati di Stato è stato svelato tutto ciò che si poteva, dire di più metterebbe il Paese in una posizione di svantaggio e, quindi, in serie difficoltà. A cercare di spiegarlo alla Camera, è stato il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan durante un question time. “Il livello di disclosure sui derivati è già particolarmente ampio, in linea con gli altri emittenti sovrani” e un livello maggiore “non è accoglibile”, sono state le precise parole del ministro. Altrimenti si “creerebbe uno svantaggio competitivo dello Stato nei riguardi delle controparti che fanno uso di questi strumenti e uno svantaggio competitivo del Tesoro verso gli altri operatori di mercato” con ripercussioni negative sul debito pubblico. Dunque “i singoli contratti derivati sono sottratti al diritto di accesso”.

Parole che non hanno però placato la polemica cavalcata subito dal capogruppo Fi alla Camera Renato Brunetta, che aveva formulato l’interrogazione al ministro e sembra non aver inteso la sua replica: “Ministro Padoan lei mi sta dicendo che i derivati contratti dallo Stato italiano sono sotto secretazione perché se conosciuti porterebbero uno svantaggio competitivo. Ma chi glielo ha detto? Dove sta scritto? Non riconosco più il professor Padoan. Sono affermazioni in stile burocratese che non stanno né in cielo né in terra”. Ora “ci rivedremo tutti al processo di Trani. La nostra richiesta di total disclosure sui derivati va avanti, ci sarà pure un giudice a Berlino”, ha detto l’esponente forzista. “Padoan in sostanza ha messo il segreto di Stato sui derivati”, ha poi aggiunto. “Ora andremo avanti, vinceremo e avremo pieno accesso agli atti. A quel punto chiederò le dimissioni di Padoan che è venuto in Aula ad insultare il Parlamento con una risposta ridicola, mentre ci sono 40 miliardi di clausole pendenti”.

Il battibecco è avvenuto a poche ore di distanza dalla richiesta di archiviazione della posizione di Mario Monti sul noto pagamento anticipato di 2,5 miliardi a Morgan Stanley formulata dalla procura di Roma. Secondo quanto appurato dai pm Nello Rossi e Corrado Fasanelli con l’avallo del procuratore capo Giuseppe Pignatone, la clausola di estinzione anticipata (early termination) dei contratti derivati, per via della quale il ministero dell’Economia autorizzò l’esborso nel 2012 “era stata in origine legittimamente apposta” ed è stata “legittimamente esercitata da Morgan Stanley nell’ambito delle sue facoltà contrattuali”. La procura ha chiesto anche l’archiviazione degli atti relativi all’attuale titolare del dicastero di via XX Settembre, chiamato in causa da esposti presentati dalle associazioni Adusbef e Tribunale Dreyfus, in quanto privo di responsabilità ministeriali nel 2011.

Le richieste dei magistrati sono basate anche su una consulenza tecnica svolta da Ugo Pomante, dell’università di Tor Vergata, nell’ambito di un’indagine precedentemente avviata sugli stessi fatti e per la quale è stata sollecitata l’archiviazione all’ufficio del gip, che vedeva indagata Maria Cannata, responsabile della direzione del debito pubblico del ministero dell’Economia, per manipolazione del mercato, truffa e abuso d’ufficio. Nella consulenza si sottolinea, tra l’altro che con l’introduzione della clausola di estinzione anticipata del contratto concordata nel 1994, Morgan Stanley “intendeva cautelarsi dall’eventualità che i contratti derivati stipulati con la Repubblica Italiana assumessero nel tempo un valore di mercato cumulato superiore ad una certa soglia e mirava ad evitare che un eventuale default della Repubblica Italiana determinasse una perdita eccessiva, appunto pari al valore di mercato del paniere di strumenti derivati stipulati con la controparte”.

Nel chiedere al tribunale dei ministri l’archiviazione per Monti, gli inquirenti, che si sono avvalsi anche del contributo dei nuclei di polizia Tributario e Valutario della Guardia di Finanza, i vertici della procura evidenziano poi che “la Repubblica Italiana non disponeva di valide ragioni per contestare sul piano giuridico né la legittimità e la validità della clausola né la legittimità del suo esercizio; ed una mera inadempienza di fatto avrebbe comportato per la Repubblica un danno facilmente intuibile in termini di perdita di reputazione e difficilmente calcolabile nei suoi effetti economici”. Gli inquirenti rilevano inoltre che negli anni il ministero dell’Economia non ha monitorato attentamente la situazione nonostante il limite di esposizione oltre il quale sarebbe scattata la clausola fosse già stato superato da molti anni, fino a quando, appunto, la banca americana ha valutato che il rischio della Repubblica italiana fosse aumentato oltre la soglia di sicurezza.