Mentre si stanno dipanando i dieci giorni che festeggiano i venti anni di attività della rivista femminista Marea, fondata con altre donne nel 1994, accadono fatti sorprendenti.

Nella bella sala di Palazzo Ducale Spazio aperto dove è allestita la mostra sulla rivista e le sue tante produzioni di questi anni risuonano le parole di Elena Gianini Belotti, che nell’audio libro ‘Viaggiatrici della parola ricorda che molte donne le hanno rivelato di dovere alla lettura del suo ‘Dalla parte delle bambine’ il fatto di aver studiato e aver lavorato. Senza quel libro la loro vita sarebbe stata diversa, meno piena e meno realizzata.

L’incontro con Soraya Post, la prima europarlamentare eletta in un partito femminista (lo svedese Feminist Initiative) che il 18 marzo scorso ha aperto i dieci giorni di incontri collaterali alla mostra, mi ha lasciato un’impressione molto vicina a quella provocata dal libro di Belotti.

Apprendere la storia del loro percorso, inedita formazione politica nata da un movimento come quello femminista che di rado si cimenta con il livello istituzionale, è toccare con mano che non è impossibile realizzare una visione. E’, soprattutto, ricevere energia e autorizzazione a pensare che se progetti ritenuti impensabili sono stati realizzati forse anche altrove possono vedere la luce.

Soraya Post è una donna matronale, dai colori rivelatori della mixitè delle sue origini: madre rom e padre ebreo tedesco. Post trascorre un’infanzia difficile in una Svezia meno ospitale di quella che conosciamo. Per entrare alle elementari deve superare un esame a causa della sua origine rom e sarà sotto osservazione per molti anni per questo. Madre di quattro tra figlie e figli e plurinonna, è oggi impegnata nell’Europarlamento nella Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Accompagnata nel tour italiano (dopo Genova è stata a Torino, Imola e Milano) dalla ventinovenne Kristin Tran, una delle fondatrici del partito, ci ha affascinate con la chiarezza della sua visione, la laicità con la quale sostiene l’importanza di un punto femminista che vada oltre le tradizionali categorie di destra e sinistra, pur essendo una progressista antirazzista e pacifista.
Anche Lorella Zanardo, invitata al dibattito perché suo è stato il lavoro-scintilla che ha innescato, con Il corpo delle donne, la primavera italiana contro la macelleria mediatica del corpo femminile, ha condiviso l’evoluzione del suo percorso fin qui, ammettendo che il potere che si gode quando si sta dentro le logiche patriarcali è forte, ma crea nelle donne un malessere che può devastare la vita. Smarcarsi non è facile, ma nulla cambia se non si osa tornare a se stesse per cambiare, insieme ad altre, accettando di perdere consenso, denaro e audience.

“La politica dei partiti tradizionali, sinistra compresa, è spesso ossessionata dal brand: ci vuole una definizione, uno schieramento su assi noti e rassicuranti, – sostiene Soraya Post-. Noi abbiamo scompaginato le cose in politica, così come prima era successo per gli ambientalisti. Abbiamo costretto la politica tradizionale a mettere in agenda la questione del gender gap, e questo è già un risultato. Abbiamo chiaro che in questa fase storica c’è un rischio molto concreto: come accadde negli anni ’30, quando i fascisti e i nazisti si servirono della democrazia per accedere al potere, oggi il pericolo è che la storia si ripeta. L’onda femminista deve guidare una stagione nuova per i diritti umani nel mondo. La visione femminista non è limitata alle donne, deve diventare una priorità politica e sociale ed essere un partito femminista significa avere una grande responsabilità. Dobbiamo universalizzare la lotta contro le discriminazioni di genere e siamo stanche di dover ancora parlare di questo: per ciò dobbiamo avere il potere politico di cambiare le cose, dovunque. E’ importante condividere dentro e fuori le istituzioni europee la visione femminista: dobbiamo far sapere che esiste un pensiero e un sapere femminista su ogni ambito della vita umana. E’ una grande sfida e spero che nei tempi e nei modi necessari possano nascere in Europa altre esperienze come quella di FI: non è facile, ci vuole forza e pazienza, ma nulla cambia senza di noi, perché solo noi possiamo guidare un cambiamento che rompa le barriere create dalle tradizioni, dagli stereotipi, dalle paure verso la diversità, dalla nostra paura di uscire da posizioni comode che stanno nella cultura, nel tuo modo di pensare, nelle abitudini consolidate. O lo fai tu o nessuno lo fa per te. Il tempo è adesso”.