Ha attraversato Prima e Seconda Repubblica riuscendo a raggiungere l’era renziana rimanendo in sella. L’ascesa di Riccardo Nencini ha quasi dell’incredibile. È sopravvissuto a Bettino Craxi e alla devastazione del Psi post Tangentopoli, ha attraversato indenne l’era berlusconiana nonostante l’amicizia con Riccardo Fusi – già socio di Denis Verdini – e gli uomini della Cricca, traghettando i socialisti fino al governo del rottamatore nel quale è oggi viceministro alle Infrastrutture. Ora si è ritrovato anche nell’inchiesta che ha portato in carcere Ercole Incalza e costretto alle dimissioni Maurizio Lupi.

Secondo quanto emerge dalle carte dei 22 faldoni dell’inchiesta denominata “Sistema”, Nencini si sarebbe adoperato per piazzare alcuni suoi uomini, quasi tutti socialisti. Per carità: Nencini non è indagato. Anche se i carabinieri del Ros sottolineano la necessità di “approfondire i rapporti tra il senatore e Giulio Burchi”, il manager alla continua ricerca di incarichi. Proprio attraverso Burchi, nel maggio 2014, Nencini riesce a sistemare uno dei suoi. Gli inquirenti sintetizzano cosi la vicenda: “Burchi, dopo aver incontrato Fabrizio Magnani, capo della segreteria del viceministro alle Infrastrutture Nencini, fa emergere che quest’ultimo gli ha richiesto di trovare una sistemazione, possibilmente come revisore dei conti, a Enzo Collio, ex esponente del Partito socialista italiano”. Detto fatto. Collio riceve un incarico alla Mobilità Serenissima Srl. “Ti ringrazio anche a nome di Riccardo”, dice Magnani a operazione avvenuta. Al Fatto Quotidiano, ieri Magnani ha tenuto a precisare che conosce “Burchi da una decina di anni”. E spiega: “Ho sottoposto a Burchi due curricula di personalitàqualificate, uno dei quali viene utilizzato. I rapporti con Burchi li ho sempre gestiti personalmente”.

Il senatore, contattato dal Fatto, ha preferito non commentare, ma si è fatto intervistare dal sito de L’Avanti! per lamentarsi: “Ci aggrediscono perché siamo socialisti”. Intanto attraverso il suo portavoce ha sottolineato come il suo nome sia stato fatto da altri e al momento non ci sono intercettazioni che lo coinvolgono direttamente. Nencini era già finito nell’inchiesta della Cricca della Protezione civile. Rassicurava l’amico Fusi, assopigliatutto degli appalti, sui buoni uffici con Guido Bertolaso per la ricostruzione post sismica de L’Aquila, per esempio. “Ascolta bello, io sto venendo via ora da L’Aquila, ho parlato di te ma lì sei conosciuto”, dice a Fusi che però insiste nel cercare il suo aiuto. E Nencini lo rassicura: “Io ho fatto un passaggio, tra l’altro ho visto, ho parlato da solo con Bertolaso… eh, ti richiamo io vai”. Era il 19 luglio 2009. Per carità: questione di amicizie. Fa specie semmai che tutti i gruppi di potere che hanno messo le mani sugli appalti negli ultimi anni siano toscani. Cricche diverse, di ieri e di oggi, ma comunque gigliate. E in rapporti di amicizia con Nencini. Ma è comprensibile: nonostante volto o modi giovanili, il viceministro è un politico di lungo corso. Basti pensare che è stato presidente del consiglio regionale per dieci anni secchi, dal 2000 al 2010, poi assessore al Bilancio fino al 2013 nella giunta guidata da Enrico Rossi. Ma il suo esordio in politica risale al 1985 e allora come oggi Nencini si dice “orgoglioso di essere socialista”. In trent’anni di trasformismi, di fatto, già la coerenza è un merito.

Nato a Barberino del Mugello nell’ottobre 1959, ad appena 26 anni Nencini diventa segretario fiorentino del Psi e in questa veste, negli anni compresi tra il 1988 e il 1990 riesce a imporre il capoluogo toscano come succursale del partito che comunque aveva il fulcro a Milano. Il secondo governo Craxi era già caduto ma a Firenze i socialisti avevano conquistato Palazzo Vecchio con Massimo Bogianckino, indimenticato sindaco arrivato tardi alla politica dopo una vita da musicista e dopo aver guidato, tra l’altro, il Théâtre national de l’Opéra de Paris. Quando nel 1989 il primo cittadino è costretto a dimettersi per motivi di salute, l’attivismo di Nencini porta i vertici del partito, Craxi e Claudio Martelli, a Firenze. Il 13 novembre 1990 Nencini fiero annuncia: “Craxi presenterà il programma nazionale dell’Unità Socialista qui a Firenze”. Si guadagnò un posto alla Camera, era l’aprile del 1992, Tangentopoli era appena cominciata, ma non era ancora sinonimo del Psi, tanto che alle elezioni il partito prese il 13,5%   – solo un punto percentuale meno della tornata precedente   – e fu Craxi a salire al Colle consegnando al capo dello Stato il nome di Giuliano Amato come premier o, in alternativa, Gianni De Michelis. Il governo Amato durò un anno. Il Psi due mesi in più. Nencini è ancora qui. Negli anni in cui Craxi scappò in Tunisia lui preferì rifugiarsi al Parlamento europeo. Da Bruxelles guidava il nuovo partito“ SI” i socialisti senza la  P. E quando gli ex del Garofano andarono ad Hammamet per implorare Craxi di mettersi alla guida di un nuovo movimento socialista, Nencini commentò: “La storia non si ripete mai, quando lo fa, si trasforma in farsa”. Ma nel dubbio che fosse poco chiaro, specificò: “La proposta fatta a Craxi sa di farsa”. È coerente, Nencini. E veloce. Riuscì persino a scansare Denis Verdini quando nel 2010, l’ex socio dell’amico Riccardo Fusi, lo attaccò insieme a Enrico Rossi per l’affidamento dell’appalto per quattro nuovi ospedali toscani. Nencini disse: “Ero contrario prima all’uso politico delle intercettazioni e lo rimango ancora”. Sono passati cinque anni e oggi Nencini, commentando l’inchiesta su Incalza, conferma la sua posizione. O almeno ciò che riguarda lui. Perché le cronache degli ultimi giorni non riportano una sua presa di posizione in difesa di Maurizio Lupi che, seppur non indagato, ha lasciato l’esecutivo soprattutto a seguito della diffusione di alcune intercettazioni che lo riguardavano. Ma non dopo aver giustificato una telefonata in cui Lupi diceva a Incalza di aver nominato Nencini viceministro dopo una “tua sponsorizzazione”. Nencini ha invitato Lupi a correggersi pubblicamente. E l’ex ministro lo ha fatto: “Con Incalza scherzavo”. E poi è andato a casa. Lupi.

di Antonio Massari e Davide Vecchi

da Il Fatto Quotidiano del 22 marzo