Non è molto che i cestini, presenti ovunque in Giappone, sono riapparsi nella metropolitana di Tokyo. Una mancanza che a molti – specie i turisti – risultava inspiegabile, ma che ai giapponesi – quelli un po’ meno giovani, ricordava il drammatico attentato del 20 marzo 1995, quando una banda di invasati agli ordini di un guru per anni sorvegliato (male, evidentemente) dalla polizia e coccolato dai media che si era autodefinito il nuovo “Cristo”, tale Shoko Asahara, seminò il terrore, in ben tre stazioni dell’affollatissima metropolitana di Tokyo, nascondendo nei cestini dosi letali di sarin, un gas nervino inventato dai tedeschi ma usato, più o meno impunemente e pubblicamente, anche da altre civilissime nazioni. Alla fine morirono 13 persone, 6000 vennero ricoverati, 60 hanno riportato danni gravi e permanenti. Tutti, o quasi – qualcuno sta ancora “trattando” l’importo – risarciti.

Lo Stato dopo qualche esitazione ha infatti riconosciuto che l’azione perpetrata dai seguaci del guru e della sua setta era un atto terroristico rivolto contro lo Stato e questo, per la legge giapponese, dà diritto a chiunque sia rimasto coinvolto di essere risarcito. Una legge sacrosanta, bisogna riconoscerlo. Ma qualche lato oscuro resta. Sono passati vent’anni da quel giorno e fa impressione che anche il Giappone, paese dove la giustizia penale è veloce e formalmente efficiente (anche se spesso sommaria: come dimostra la recente liberazione di un condannato a morte dopo 46 anni di ingiusta detenzione) non riesce a far luce sulle sue, per fortuna limitate, “stragi di stato”.

Già perché dopo vent’anni di processi, condanne e appelli vari abbiamo sì un bel “bottino” di condanne (189, di cui 13 a morte e 5 ergastoli) ma sappiamo poco di come e perché in un paese dove la polizia riesce a tenere conto di quante volte ti soffi il naso per strada (qualcuno dice anche a casa) un tipo come Asahara, decisamente un po’ strano sin da giovincello (il suo primo impatto con la giustizia risale al 1980, quando appena sposato, a 25 anni, decide di spacciarsi per farmacista e comincia a vendere pozioni miracolose) viene lasciato libero di fondare un culto – cosa in Giappone peraltro relativamente facile, ancor oggi, e che dà diritto ad una serie di diritti, primo fra tutti quello di non pagare le tasse – fare proseliti, produrre eventi e rastrellare contributi e donazioni.

Ancora più inspiegabile è che nonostante il guru e i suoi più stretti collaboratori rapiscano (e uccidano, ma questo si scoprirà dopo qualche anno) un avvocato locale che si era messo di traverso e si mettano a produrre già nel 1994 (un anno prima l’attentato a Tokyo) in aperta campagna il gas sarin e lo usino per terrorizzare i residenti e i dissidenti, a nessuno venga in in mente di arrestarlo assieme ai suoi rampolli, tutti ragazzi di buona famiglia, iscritti alle più prestigiose università. Uno di loro, Toyohide Hayakawa, riesce con una serie di viaggi in Russia addirittura a importare un elicottero e un paio di fucili mitragliatori. Roba che nemmeno la potente cosca yakuza della Yamaguchi, la più potente dell’arcipelago, è mai riuscita a fare. Loro si accontentano, da sempre, delle Beretta. Che ci siano delle coperture, delle complicità sembra evidente a tutti, tranne che alla polizia e alla magistratura, che imperterrite portano avanti lunghe e intricate indagini prima e processi poi senza minimamente pensare ad individuare eventuali mandanti. Né viene in mente alla stampa e ai grandi media – che già all’epoca diedero pessima immagine di sé rifiutando di mettere a disposizione i loro mezzi, giunti sin dall’inizio sul luogo degli incidenti, per trasportare i cittadini colpiti dal malore – ora che l’iter giudiziario è (quasi) finito, con gli ultimi due latitanti catturati un paio di anni fa e i loro processi in via di conclusione, di riaprire il caso.

Eppure di materiale ce ne sarebbe: dai memoriali di Asahara spariti (tutto il mondo è paese), dal ruolo controverso svolto da alcuni dei suoi avvocati, primo fra tutti l’avvocato Yoshihiro Yasuda, arrestato (ma subito rilasciato) per reticenza durante una “storica” udienza, per arrivare a Fumihiro Joyu, l’ex portavoce della setta, uno dei pochi ad essersela cavata con una lieve (e mai scontata) condanna che oggi dirige Hikari no Wa (l’Armonia della Luce), una nuova “associazione” nata dalle ceneri di Aum Shinrikyo che conta su oltre un migliaio di iscritti e continua a crescere.

Il tutto sotto gli occhi della, stranamente, tollerante Commissione per la Sicurezza Nazionale, un organo che tiene sotto controllo – autorizzandone l’esistenza o ordinandone lo scioglimento – le associazioni di carattere politico e/o religioso. Secondo l’avvocato di Katsuta Takayashi, l’ultimo latitante del gruppo arrestato in un manga kissa (locali dove si possono leggere i fumetti 24 ore su 24) nel giugno 2012, tutta questa “benevolenza” nascerebbe dal fatto che tra i “mandanti” iniziali del gruppo ci sarebbero alcuni uomini politici ed un grosso imprenditore, i quali avrebbero fin dall’inizio aiutato – e finanziato – Shoko Asahara.

Teorie suggestive, avanzate, con la fantasia che lo contraddistingue, anche dallo scrittore Haruki Murakami, che alla vicenda ha dedicato ben due libri, uno dei quali, Underground tradotto anche in italiano. Resta il fatto che aldilà delle commemorazioni ufficiali di questi giorni, qui in Giappone la vicenda non sembra interessare più nessuno. Resta da vedere se il governo Abe, che da quando è al potere ha eseguito 11 sentenze capitali (in Giappone l’esecuzione della pena di morte, che avviene per impiccagione, viene ordinata di volta in volta personalmente dal ministro della Giustizia in carica, e non segue alcun ordine logico) darà il via alle esecuzioni. Molti dicono che questo non avverrà mai. Shoko Asahara, il guru, dovrebbe essere infatti il primo, ma le sue condizioni di salute sono talmente degenerate che perfino le autorità carcerarie giapponesi – che in passato hanno giustiziato persone disabili e malate – potrebbero rifiutarsi.