Il settimanale l’Espresso, una volta noto per la sua impronta progressista, ha pubblicato in tre settimane tre articoli sull’università. Nel primo, dal titolo ‘Ma quant’è bella la vita dei docenti universitari‘ si presenta una sorta di auto-biografia di un anziano docente che evidentemente se l’è goduta assai, essendo stato anche rettore e assessore: forse aveva qualche sassolino da togliersi dalle scarpe adesso che è arrivata la sacrosanta ora della pensione. Il concetto dell’articolo è tutto nel titolo e per notare lo sfasamento temporale è stato anche scelto il tempo presente anziché il passato, oggi che l’età media del corpo docente e d’ingresso è aumentata di una quindicina d’anni rispetto ai bei tempi andati, con il reclutamento diminuito del 90% in sei anni.

Il secondo articolo è forse il più notevole: scritto da due docenti, uno dei quali addirittura accademico dei Lincei, s’intitola ‘Per i ricercatori era meglio la legge Gelmini‘ mostra il notevole record di non sapere né come fosse l’organizzazione dell’università italiana prima della celebre Riforma Epocale, né dopo, né dopo gli ultimi interventi legislativi. Per il divertimento (amaro) dei giovani precari gli illustri ci fanno sapere che: “Insomma, la legge Gelmini, tra tanti effetti negativi, propone un percorso certo e in qualche modo predefinito per regolare l’accesso dei giovani: conseguimento del dottorato, posto da ricercatore per tre anni, poi se il giovane ha fatto bene, può diventare professore associato, a tempo indeterminato, il posto fisso”. Curiosamente nessuno se n’era mai accorto giacché non si contano casi del genere.

Infine la perla: la voce dall’interno, la testimonianza inoppugnabile ‘Università, altro che merito. E’ tutto truccato Vi racconto come funziona nei nostri atenei‘, in cui il giovane-gola profonda, che si fida di quello che distribuisce caramelle davanti scuola nell’Italia del 2015 (“Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”), conclude senza problemi, non accorgendosi neppure della contraddizione con la sua stessa premessa, che “Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo.”

Stritolati tra anziani professori che fanno riferimento a un mondo di trent’anni fa, giovani incattiviti dalla mancanza di prospettive e di risorse, accademici che straparlano di cose che non conoscono, c’è chi cerca di fare del suo meglio nella professione di docente e di ricercatore, non di rado sopravvivendo col minimo sindacale.

In seguito a qualche discussione (in particolare su Roars sito di discussione su università e ricerca che ha totalizzato 10 milioni di visite in tre anni ed è giornalmente visitato da 10 mila utenti) traggo qui qualche riflessione:

1) Nessuno sano di mente nega, minimizza, copre, difende episodi di mala-università.

2) Non ci sono dati sulla sistematicità dei concorsi truccati/baroni/amanti/ecc. Sono tutti? No. E’ nessuno? No. Sono quasi tutti? No. E’ quasi nessuno? No. In genere dipende dai settori/università e sicuramente ci sono settori/università più toccati da questo fenomeno e i settori sono quelli più vicini alle professioni per ovvi motivi.

3) Ci sono altri dati sull’università che devono essere la base razionale di ogni discussione. Questi dati mostrano che il sistema, date le risorse, non funziona per niente male ma è cronicamente sotto finanziato.

4) Vanno bene gli articoli di denuncia? Qui si entra nello spinoso campo del ruolo dei media. Se non si è capito (soprattutto i giovani, soprattutto i precari) che i media usano le storie dei singoli per manganellare il sistema a prescindere, senza mai riportare analisi ragionate e dati attendibili, questo a mio parere è un problema di prima grandezza. Articoli che sparano sul mucchio o che generalizzano impropriamente vicende personali non sono mai utili a nulla, in particolare nel caso dell’università/ricerca abbiamo visto a cosa sono serviti nel caso della riforma Gelmini, portata avanti al grido “tagliamo le unghie ai baroni” ma che a quanto pare, e non sorprendentemente, ha peggiorato di parecchio le cose. La retorica del secchio bucato (non bisogna mettere risorse in un sistema che perde acqua) ha però precarizzato un’intera generazione di giovani, sotto-dimensionato il sistema e annullato le risorse alla ricerca. Un bel risultato di cui, per non farci mancare nulla, l’onorevole Gelmini va fiera: a suo modo ha ragione, ha ottenuto quello che voleva.

5) Roars cosa propone? Le proposte elaborate dalla redazione Roars, del tutto perfettibili sono discusse qui.

6) Da notare che le analisi e le proposte di Roars riguardano la politica universitaria e della ricerca, mentre esula dai compiti di denunciare malefatte che sono di competenza della magistratura.

7) Invito di nuovo a riflettere, soprattutto i più giovani, che il sistema universitario italiano ha prodotto, date le risorse e dato il paese, moltissimo. In nessun settore l’Italia come paese si colloca tra i primi posti al mondo eccetto che nella qualità della ricerca scientifica in molti campi. E’ un sistema da preservare e migliorare non da buttare. Chi propone ricette mai sperimentate sul pianeta Terra e/o chi si affida allo smantellamento seguendo facili slogan che nascondono il vuoto progettuale, è il vero protagonista e responsabile del degrado attuale.

Rimane una certezza: la stampa italiana (quasi tutta) si merita l’ultimo agognato posto nel mondo occidentale.