Essere vicini alla pensione. Forse averne già maturato il diritto. Ma non riuscire a saperlo, per quanto ci si sforzi di chiederlo all’Inps e ai patronati. Niente da fare, una risposta chiara e univoca non arriva. Così, per uscire dall’impasse, oltre 50 lavoratori dello spettacolo iscritti alla gestione ex Enpals dell’Inps hanno portato in tribunale l’ente previdenziale. Alla ricerca prima di tutto di una maggiore trasparenza, proprio nel momento in cui il neo presidente Tito Boeri aspira a guidare “un salvadanaio di vetro”. E poi, altro obiettivo di chi ha fatto causa, evitare di lavorare più del dovuto, scoprendo in ritardo che si poteva essere in pensione già da mesi. Cosa che a qualcuno è successa per davvero.

Le cause sono in corso davanti ai tribunali del lavoro di Milano, Monza, Como, Bergamo, Pavia, Varese, Busto Arsizio e Piacenza. A promuoverle è stato il sindacato Slai Cobas, in collaborazione con i rappresentanti sindacali di Videotime (gruppo Mediaset) Paolo Casamassima e Mario Siringo. Che dopo avere analizzato la situazione di alcuni colleghi si sono accorti di diverse incongruenze nelle risposte date da Inps e patronati ai lavoratori. O nelle mancate risposte, visto che al di là del rimpallo su chi dovesse fornire l’informazione giusta, ad alcuni dipendenti non è stato chiarito quale fosse la giusta finestra per andare in pensione.

Poca trasparenza. E poi un inghippo alla base di tutto. L’Enpals, infatti, ha sempre avuto una particolarità. I suoi iscritti, a differenza di quelli dell’Inps, versano i contributi non su base settimanale ma giornaliera, e per maturare un’annualità di contribuzione è sufficiente un numero di giorni lavorati che varia a seconda del lavoro svolto: 120 o 260 per chi ha un contratto a tempo determinato, 312 per i tempi indeterminati, soglie che prima del 1997 erano inferiori. Lo scopo di tale meccanismo è di salvaguardare quei lavoratori, come attori e musicisti, che sono spesso occupati per pochi mesi e non in modo continuativo: il surplus di contributi giornalieri accumulati in un anno fortunato può essere utilizzato per riempire i buchi degli altri periodi. Il calcolo sulla finestra per andare in pensione varia così da persona a persona. E a chi ha lavorato in modo più continuativo, come i dipendenti delle televisioni, può capitare di avere maturato un numero maggiore di annualità contributive rispetto al numero di anni da cui sono iscritti all’ente.

Solo che ai lavoratori che hanno cercato di vederci chiaro l’Inps non ha dato risposte. E la musica non è cambiata nemmeno nei tribunali a cui si sono rivolti alcuni dipendenti di Rti (gruppo Mediaset) e di Telelombardia, oltre che di Videotime, tutti seguiti dagli avvocati milanesi Mirco Rizzoglio e Nicoletta Bindelli. Il giudice di Como, per esempio, ha dovuto fare richiesta scritta della documentazione attestante per un lavoratore “il numero delle giornate lavorate mancanti per raggiungere l’anzianità contributiva con indicazione della finestra utile della pensione”. E la risposta che si è visto recapitare dall’Inps rimane ambigua: il dipendente “raggiungerà, secondo la normativa vigente, il requisito nel 2018”, sebbene risulti già “soddisfatto il requisito contributivo”.

Cosa poi questo voglia dire, il magistrato ha imposto all’Inps di spiegarlo entro la prossima udienza. Ora le possibilità sono due. Se i lavoratori dello spettacolo non possono andare in pensione una volta soddisfatto il requisito contributivo, resta da capire perché vengano versati più contributi del necessario e che fine questi facciano. Se invece possono andare in pensione una volta soddisfatto tale requisito, non si spiega perché nessuno lo dice in modo chiaro agli oltre 50 lavoratori che hanno fatto causa. E a tutti quelli che si trovano nella medesima situazione. Soprattutto tra i dipendenti di Mediaset, della Rai e delle altre televisioni.

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