La Procura di Milano chiude le indagini e conferma le accuse di concorso in bancarotta fraudolenta per l’ex amministratore delegato di Unicredit Corporate Banking, Piergiorgio Peluso, l’attuale direttore finanziario di Telecom Italia, nonché figlio del ministro della Giustizia del governo Letta, Annamaria Cancellieri. Unicredit dal canto suo non si sbilancia, tanto che della vicenda non c’è traccia nei suoi documenti contabili. Ma la situazione è quanto meno imbarazzante, anche se riguarda la gestione che ha preceduto l’era di Federico Ghizzoni alla guida della banca milanese.

Il tarlo che torna ciclicamente a rodere è quello del crac del gruppo Ligresti ex grande cliente sia dell’istituto, che aveva ereditato buona parte delle posizioni da Capitalia, sia della sua partecipata più blasonata, Mediobanca. E che giovedì 12 marzo non ha potuto che prendere atto del fatto che il suo ex alto dirigente, dopo un passato sia in Capitalia che in Mediobanca, ha ricevuto dalla Guardia di Finanza la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini che prelude alla richiesta di processo. E che arriva proprio mentre a Torino si sta celebrando il processo FonSai dove l’istituto è parte civile e Peluso testimone. Ma solo in quanto ex direttore generale della compagnia assicurativa che fu dei Ligresti. 

A Milano, invece, l’ipotesi dell’accusa è che un anno prima del passaggio in Fondiaria Sai, l’allora alto dirigente di Unicredit abbia contribuito al dissesto della holding azionista della compagnia attraverso Premafin e fallita nel giugno 2012, Imco, “con le aggravanti di aver commesso più fatti di bancarotta fraudolenta e di aver causato un danno patrimoniale di rilevante gravità“. Nel mirino del procuratore Luigi Orsi, com’è noto, c’è l’operazione con cui nell’agosto 2010 Imco  si è accollata i debiti della sua controllante Sinergia, si è indebitata per altri 153 milioni nei confronti della banche, Unicredit in testa e ha dato loro in garanzia i propri beni, incluse le azioni Premafin e l’ambita area milanese destinata al centro di ricerca Cerba che avrebbe dovuto fruttare centinaia di milioni di euro, se il progetto quattro anni dopo non fosse saltato, ma che all’epoca costituiva una garanzia ben più solida della Tenuta Cesarina che in quell’occasione è stata venduta dall’indebitata Sinergia alla controllata Imco per un incasso di 76 milioni cui si sono aggiunti 22 milioni di dividendi.

Passaggi complessi che, sottolinea il procuratore nell’avviso di conclusione delle indagini, sono stati stati ideati ed eseguiti dagli amministratori e sindaci delle due holding in concorso con Peluso, i quali avrebbero così dissipato il patrimonio di Imco “cagionandone il dissesto“. Tuttavia la vicenda, secondo quanto dichiarato dal manager a Torino nell’udienza del 27 febbraio 2015, non ha nulla a che vedere con il suo passaggio in Fondiaria Sai avvenuto poco meno di un anno dopo e per fruttargli nel giro di un altro anno 3,6 milioni di buonuscita. Merito di una clausola contrattuale che lo tutelava da due eventualità tra loro, di fatto, contrapposte: quella che la famiglia Ligresti gli impedisse di portare a termine la “ristrutturazione della compagnia” e quella che FonSai cambiasse azionista di controllo. Come in effetti è accaduto con il traghettamento del gruppo assicurativo e dei suoi debiti miliardari verso Mediobanca tra le braccia di Unipol.