“Uno scambio iniquo e inaccettabile. Mi stupirei se rinunciassero alla loro natura per un piatto di lenticchie”. Giorgio Airaudo, già responsabile auto della Fiom, oggi deputato di Sinistra e Libertà, bolla così l’idea del governo di trasformare i sindacati in agenzie per il lavoro. Un’ipotesi che viaggia di pari passo con l’assetto delle “politiche attive”, la nuova fase del Jobs act attesa nei decreti attuativi che dovrebbero essere approvati entro inizio maggio. Il modello di base, riferiva nei giorni scorsi Repubblica, è quello già proposto dall’ex deputato di Scelta Civica, ora in quota Pd, Pietro Ichino: in sostanza i sindacati cercano un lavoro ai disoccupati e, ogni qualvolta riescono a trovarlo, ricevono dallo Stato un premio che varia a seconda della qualifica del lavoratore: più è bassa, maggiore sarà l’introito. Dopo il taglio ai patronati, che ha dimezzato il fondo di 35 milioni di euro, quella offerta dal governo potrebbe essere un’occasione ghiotta per risanare i conti delle federazioni sindacali. Ma il prezzo da pagare sarebbe alto. “Sarebbe un altro sindacato, che non basa la sua forza sui contratti nazionali, sulla capacità di contrattazione”, commenta Airaudo, secondo il quale in questo modo i sindacati diventerebbero “un’attività di supplenza che si pone tra i lavoratori e l’impresa e non più accanto ai lavoratori a rappresentare i loro interessi con una controparte, pubblica o privata. Un’altra storia insomma”.

Si può quindi parlare di morte del sindacato?
Non mi sento di pronunciare questa parola. Non è detto che la cosa peggiore sia morire, è peggio diventare inutili e non svolgere la propria funzione o essere dannosi.

In che termini il sindacato ne uscirebbe ridimensionato?
Pare che il governo abbia confusamente in mente di lasciare alle contrattazioni spazi corporativi, magari immaginando solo contrattazioni esclusivamente aziendali o di piccoli luoghi di lavoro. Dall’altro lato magari pensa di compensare il sindacato cambiando la sua struttura formale in un’attività di servizio, ma non credo che il sindacato si possa ridurre a questo ruolo.

Un ruolo di servizio non lo vede compatibile con la storia del sindacato?
Non si può ridurre il ruolo del sindacalismo italiano che è di partecipazione. Nella partecipazione ci possono essere dei servizi ma sempre, appunto, nell’ambito di una forma di partecipazione, non di intermediazione. Io non scambierei mai la storia democratica di tutto il sindacato italiano, nella sua confederalità, pur con le diverse culture.

Secondo lei i sindacati sarebbero disposti ad accettare il cambio?
Non lo so, conosco bene quel mondo visto il mio passato, ma non ho più la titolarità per rispondere. Per me è un tentativo da parte del governo, attraverso questi mezzi, di cambiare la natura delle parti sociali ma non credo che questo possa funzionare, detto sinceramente. Sarei stupito che il sindacato italiano rinuncisse alla sua natura confederale per svolgere una funzione che sta tra il lavoro e l’impresa. Una non funzione. Onestamente credo sia un modello che non serve ai lavoratori, quindi sbagliato. Se serve a qualche sindacalista non lo so…

Ma avrebbero dei premi…
Mi sembra un tentativo banale di compensare il sindacato: da un lato ti tolgono un ruolo negoziale, dall’altro ti danno un ruolo di servizio. Sarebbe uno scambio iniquo, ma soprattutto non utile ai lavoratori. Siccome io penso che il sindacato sia dei lavoratori, lo vorrei integralmente democratico, capace di eleggere i dirigenti, di garantire il diritto di voto ai rappresentanti dei lavoratori. Il governo Renzi vuole invece ridisegnare un confine che non c’entra nulla con quei milioni di iscritti che pagano liberamente una tessera e quindi mantengono il sindacato che non vive su qualche cena o di un contributo di qualche imprenditore, ma dei soldi che ogni mese versano gli iscritti.