Più che un tempio sta diventando una multinazionale. Shaolin, il tempio famoso per le arti marziali è di nuovo sotto accusa per il suo recente progetto da 250 milioni di euro di espansione in Australia. Oltre a una scuola di arti marziali, comprenderà un hotel a 4 stelle da 500 posti e un campo da golf a 27 buche. Dal 1999, ovvero da quando è in carica il nuovo abate Shi Yongxin, il tempio è stato praticamente trasformato in un marchio. Oltre ai tour mondiali di arti marziali, l’abate ha anche cercato di quotarlo in borsa ma è stato fermato da un’ondata di critiche nazionali.

Può un luogo sacro aprirsi al business? Una domanda a cui non è facile rispondere, specie se la disciplina che si pratica predica una costante rinuncia alle cose materiali. Shaolin è un tempio buddhista, patrimonio Unesco dal 2010. Ubicato in una valle sperduta nel cuore della Cina, per secoli è stato luogo di disciplina e preghiera. Qui si è sviluppata una scuola di arti marziali ormai famosa in tutto il mondo. Ma il suo ultimo abate, che ormai in molti associano più alla figura di amministratore delegato, ha deciso di sfruttare la notorietà che il tempio si è costruito nei secoli a scopo commerciale.

Un primo passo era stato fatto anche dal suo predecessore che nel 1989 aveva costituito il Gruppo di monaci combattenti da mandare a esibirsi in giro per la Cina e per il mondo e che nel 1996 portò internet nel tempio rendendolo il primo luogo sacro cinese a dotarsi di una connessione. Anche lui fu ampiamente criticato per la direzione commerciale che aveva imposto al tempio. Ma non era niente rispetto quello che avrebbe fatto Shi Yongxin.

Divenuto monaco a 16 anni, Shi racconta di essersi formato su libri di management e di aver ricevuto consigli giusti. Così, una volta divenuto abate, lanciò prima una televisione e poi un’azienda di sviluppo industriale. In pratica, aveva creato il marchio Shaolin. A quel punto si diede al business. Lanciò prodotti alimentari e farmaceutici che portavano il nome del monastero millenario. Nel 2008 si è persino lanciato nell’ecommerce aprendo un negozio su Taobao, sito paragonabile a eBay o ad Amazon. E nel frattempo si sono moltiplicati le aziende e i club di arti marziali all’estero che portano il suo nome.

Se lo accusano di sfruttare il buddhismo a fini di lucro, lui si difende sostenendo che la manutenzione del tempio e il vitto e l’alloggio dei monaci sono spese. “Se la mercificazione è giusta o sbagliata – ha affermato in un’intervista al Quotidiano di Guangzhou – dipende da quanto ne beneficiano il tempio e la diffusione del buddhismo”. Ma il punto è che i bilanci del tempio sono segreti e che fa già grossi ricavi dall’apertura al pubblico.

Sono più di due milioni i turisti che lo visitano ogni anno. Ogni biglietto costa una quindicina di euro, senza contare le funivie interne, gli spuntini, le esibizioni dei monaci “volanti” e i souvenir. E poi c’è la galassia Shaolin: più di 40 aziende all’estero e 130 club di arti marziali sparsi in tutto il mondo. E ancora i proventi dell’industria cinematografica e delle tournée mondiali. Nel 2009 Shi Yongxin aveva addirittura cercato un’opa da 140 milioni di euro per quotare il tempio in borsa. Ma quello era stato veramente troppo per l’opinione pubblica e una campagna mediatica feroce lo costrinse ad abbandonare il progetto.

Ora l’abate-amministratore delegato ci riprova con questo mastodontico progetto in Australia. La terra edificabile, stando ai media australiani, è già stata acquistata nel New South Wales per il valore di quasi 3 milioni di euro dalla Shaolin Temple Foundation Australia. Gli australiani sono entusiasti del complesso che andrà costruendosi. Per loro – come sottolinea il sindaco Joanna Gash – “è più di un tempio. Significa anche turismo e occupazione”. Difficile controbattere che per Shaolin è solo un modo come un altro di nutrire i propri monaci atleti.

di Cecilia Attanasio Ghezzi