L’oppositore russo Boris Nemtsov, ucciso il 27 febbraio a Mosca con quattro colpi d’arma da fuoco, viene sepolto al cimitero Trojekurovskoje, lo stesso che nel 2006 ha accolto la salma della giornalista Anna Politkovskaja, assassinata nell’androne del suo palazzo. Era il 7 ottobre, giorno del compleanno del presidente russo Vladimir Putin. La morte della Politkovskaja, come disse lui allora, danneggiava il Cremlino più che i suoi articoli di denuncia al potere. All’indomani dell’omicidio di Nemtsov, il Comitato investigativo rispolvera la stessa tesi. Uno dei motivi del delitto, dice, potrebbe essere “una provocazione per destabilizzare la situazione politica nel Paese”. Lo scenario che si ripete, come in un incubo, contribuisce ad aumentare lo scetticismo dell’opposizione: in tanti sono convinti che non si saprà mai chi ci sia dietro l’omicidio del politico russo, come non si è mai scoperto il mandante dell’omicidio della Politkovskaja.

L’uccisione della giornalista della Novaja Gazeta, autrice di inchieste e libri sulla corruzione del potere russo e sulle violazioni dei diritti umani durante la seconda guerra cecena, aveva provocato uno grande choc nella società russa. Ne sono seguiti lunghi anni di processi, con diverse accuse di insabbiamento da parte della famiglia della giornalista. Solo nel 2012 è arrivata la prima condanna all’ex poliziotto Dmitrij Pavljuchenkov, che aveva organizzato il pedinamento della giornalista. Mentre a otto anni dalla morte della Politkovskaja, il 9 giugno 2014, sono stati finalmente condannati altri cinque responsabili del delitto, compreso il killer, il ceceno Rusatm Makhmudov. Ignoto il mandante. La sentenza parla di una “persona non identificata” alla quale “hanno dato fastidio” gli articoli di denuncia della Politkovskaja.

L’ipotesi dell’omicidio per discredito del potere ricorre anche nel caso di Natalja Estemirova. Attivista per i diritti umani del centro Memorial, anche lei, come la Politkovskaja seguiva i casi della violazione dei diritti umani in Cecenia. Denunciava, tra l’altro i metodi del capo della repubblica caucasica, Ramzan Kadyrov, fedele alleato di Putin. Il 15 luglio 2009 era stata rapita vicino alla sua casa nel capoluogo ceceno di Groznyj. Lo stesso giorno il suo corpo della veniva  trovato vicino all’autostarada nella confinante repubblica di Inguscezia. L’inchiesta sulla morte prosegue ancora oggi. La Novaya Gazeta, che conduce un’indagine alternativa, ha provato l’infondatezza della versione ufficiale, secondo la quale sarebbe stato un militante ceceno, Alkhazur Bashaev, ad uccidere la donna.

I grassi anni 2000 della famosa stabilità per cui viene lodato Putin si associano non solo ai delitti misteriosi di chi criticava il potere, ma anche al moltiplicarsi dei prigionieri politici. A cominciare dall’oligarca Mikhail Kodorkovskij, che voleva sfidare Putin sul campo politico e invece perse la sua compagnia petrolifera Yukos e anche dieci anni di vita passati dietro le sbarre, dal 2003 fino alla grazia concessa da Putin stesso il 20 dicembre del 2013. L’avvocato Sergej Magnitskij invece non è mai uscito dalla prigione, morto di pancreatite nel centro di detenzione Matrosskaja Tishina il 16 novembre del 2009. La sua colpa è stata quella di aver denunciato, insieme al suo capo, il cittadino britannico Bill Browder, proprietario della compagnia di investimenti che lavorava in Russia, l’Hermitage Capital Management, la corruzione in seno al potere.

L’impennata dei processi politici è arrivata a seguito della reazione del Cremlino alle proteste esplose nel dicembre del 2011, dopo le accuse di brogli alle elezioni parlamentari. L’avvisaglia della grande purga è stata l’arresto, il 3 marzo 2012, delle Pussy Riot, per una canzone anti Putin cantata nella chiesa del Cristo Salvatore a Mosca. Condannate il 17 agosto a due anni di reclusione, Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhnina, sono state rilasciate il 23 dicembre 2013, grazie a un’amnistia. Se il caso delle ragazze con il passamontagna è diventato più noto a livello internazionale, qualche mese dopo il loro arresto, è iniziata un’altra inchiesta, molto più rilevante per quanto riguarda il numero degli indagati. Nel caso dei disordini in piazza Bolotnaya, nato dopo la protesta del 5 maggio 2012, qualche giorno prima dell’insediamento di Putin per il terzo mandato presidenziale, sono state coinvolte una trentina di persone. L’inchiesta prosegue a tutt’oggi, le accuse contro 13 persone sono state sollevate grazie all’amnistia, mentre altri 15 rimangono ancora dietro le sbarre.

Chi sfida il potere in Russia non può starsene tranquillo neanche all’estero, come dimostra il caso di Aleksandr Litvinenko. L’ex ufficiale dell’Fsb, dopo aver pubblicamente rivolto una serie di pesanti accuse contro il potente servizio segreto russo, è fuggito nel 2000 in Gran Bretagna. Lì ha trovato la morte il 23 novembre 2006. Gli investigatori hanno scoperto la causa del suo improvviso decesso – avvelenamento da polonio – ma resta ancora da appurare le responsabilità. Uno dei principali sospettati è Andrei Lugovoi (la Russia ha respinto la richiesta di una sua estradizione nel 2007), anche lui con un passato nei servizi segreti e ora deputato. Il 27 gennaio del 2015, dopo una lunga battaglia giudiziaria portata avanti dalla vedova, è iniziata in Gran Bretagna un’inchiesta pubblica, che dovrebbe chiarire se nell’omicidio ci sia la mano del Cremlino.

Litvinenko era uno stretto collaboratore dell’oligarca russo Boris Berezovskij, anche lui morto in circostanze misteriose. Berezovskij, eminenza grigia negli anni di Eltsin, è fuggito in Gran Bretagna nel 2000, quando è arrivata la stretta di Putin sugli oligarchi. Il suo corpo senza vita è stato trovato il 23 marzo 2013 nel bagno della sua residenza ad Ascot, con vicino una sciarpa. Il verdetto delle autorità giudiziarie britanniche sulle cause della morte, pronunciato il 27 marzo del 2014, non è giunto però ad una conclusione definitiva. Anche se la versione del suicidio per guai finanziari sembrava la più probabile, non è ancora possibile scartare l’ipotesi dello strangolamento, sostenuta dai famigliari dell’oligarca.

Finche Berezovskij era in vita, è stato una specie di capro espiatorio per il Cremlino. Fu incriminato dei peggiori delitti, compreso l’omicidio della Politkovskaja. Ora non c’è più, eppure, come in un vecchio copione, nel caso di Nemtsov viene di nuovo ventilata la versione dell'”omicidio sacrale” (termine coniato da Putin stesso), ossia compiuto dall’opposizione per screditare il Cremlino. Qualche anno fa, scrivendo sull’omicidio Politkovskaja, lo stesso Nemtsov aveva denunciato questa tesi come la migliore dimostrazione “del cinismo e della crudeltà” del leader russo. Era convinto che per fare luce sull’uccisione della giornalista fosse necessario rottamare il potere di Putin. Non ha fatto in tempo. Ora la sua morte rischia di trasformarsi nell’ennesimo delitto irrisolto.