Corsa contro il tempo per evitare la barriera di trivelle che il governo croato vuole mettere nel suo mare. Secondo i piani di Zagabria, se non si inverte la rotta presto i fondali adriatici saranno suddivisi per il 90% in 29 “blocchi”, da nord a sud. Blocchi che potranno essere bucati in cerca di petrolio e gas, con il rischio di mettere in pericolo anche l’ecosistema marino italiano e di compromettere le attività turistiche. I giacimenti in questione, pur essendo croati, si estendono infatti anche sotto le acque territoriali del Belpaese. E il paradosso finale è che i ritorni economici andranno invece unicamente al governo di Zagabria. Insomma, oltre il danno anche la beffa.

I termini per la consultazione dei piani croati tuttavia sono scaduti il 16 febbraio e dall’esecutivo italiano non sono arrivate richieste di chiarimento o osservazioni. Nonostante sia evidente che il nostro Paese è parte in causa. Gli ambientalisti però non demordono ed esortano il governo a far sentire finalmente la sua voce, anche se con grave ritardo. E, dopo vari tentennamenti, anche una parte della politica si muove. I tempi stringono: l’esecutivo guidato da Zoran Milanovic ha fissato per il 2 aprile la deadline per la firma dei contratti definitivi con le cinque imprese che hanno ottenuto le licenze per le esplorazioni, tra cui il gruppo pubblico Eni. Dopo di che, ben poco di potrà fare.

Tra i primi scesi in campo c’è Greenpeace che ricorda che l’Italia ha vietato le trivelle in Adriatico nel 1991 a causa del rischio di abbassamento dei terreni costieri causati proprio dall’estrazione di petrolio o gas. Evento che potrebbe portare ad allagamenti, soprattutto nel tratto settentrionale. La prima città a rischio sarebbe Venezia. “Siamo al paradosso – dice l’associazione – che le compagnie potrebbero trivellare entro i confini croati dei giacimenti sottomarini che si estendono nei nostri, amplificando il rischio subsidenza per scongiurare il quale abbiamo messo il divieto quasi 25 anni fa”. Tuttavia, secondo Greenpeace, non tutto è perduto e il nostro governo è ancora in tempo per fermare Zagabria: “Anche se sono scaduti i termini per presentare osservazioni, può ancora chiedere di essere consultato in merito alla Valutazione ambientale strategica”, non ancora conclusa.

Nei giorni scorsi una voce si è fatta sentire anche dal modo politico. I senatori del M5S Gianni Girotto e Gianluca Castaldi hanno chiesto al governo, in un’interrogazione urgente ai ministri per gli Affari esteri e dello Sviluppo economico, di aprire un contenzioso con la Repubblica croata. Girotto e Castaldi chiedono in particolare di “verificare la compatibilità delle attività in corso e di attivare una stretta interlocuzione con il governo croato”.

Sulle barricate, anche Federpesca Abruzzo: “L’Adriatico è un mare piccolo, una sorta di lago. Un’eventuale fuoriuscita di materiale di estrazione rappresenterebbe un disastro”. Del resto è la stessa relazione di Zagabria sul piano di trivellazione (Strategic environmental assessment sea) che ammette dei rischi: “Non si prevedono impatti con i Paesi confinanti, escluso casi di incidenti”. Infine si è mossa la sezione Abruzzo del coordinamento No-Triv, che ha inoltrato le proprie osservazioni al ministro per lo Sviluppo economico croato, alla commissione Vas croata ed ai ministeri italiani degli Affari esteri, dello Sviluppo economico e dell’Ambiente. “Per rimettere in discussione tutto – si legge nelle conclusioni – è necessario che, dopo quello sloveno, anche il governo italiano, finora dormiente, faccia richiesta di partecipazione alle procedure di Vas transfrontaliere”. Allo stesso modo i no-Triv auspicano “una decisa presa di posizione da parte di tutte le Regioni adriatiche italiane nei confronti del partner croato”.

E qui l’altro paradosso: molte delle Regioni italiane che affacciano sull’Adriatico (tra cui il Veneto, Puglia, Marche) sono le stesse che hanno impugnato davanti alla Consulta il decreto Sblocca Italia del governo Renzi, ribattezzato “sblocca trivelle”. Anche qualora avessero la meglio sulla legislazione italiana, si ritroverebbero comunque la zavorra delle esplorazioni davanti le loro coste, con tutte le conseguenze economiche, ambientali e sul turismo. Ma su questo, anche i governi regionali rimangono inerti.