Gast(rock)nomia è un termine coniato per il suo nuovo libro da John N. Martin, un eclettico scrittore di saggi, esperto di rock progressivo italiano e delle controculture degli anni ’70. È una sintesi di Rock e Gastronomia, i due protagonisti del racconto, che vede alternarsi l’arte culinaria con l’arte musicale in un continuo interscambio che risale alla notte dei tempi. L’autore ci prende per mano e ci conduce attraverso i riti apotropaici degli uomini preistorici, passando per i simposi greci, i balletti sull’aia, i banchetti. Ci narra le storie di chi ha dedicato la vita tanto alla musica quanto alla cucina, come Luigi Veronelli, Gualtiero Marchesi e Gioachino Rossini, solo per citare alcuni che hanno fatto della propria passione un’arte. Ci fa visitare i luoghi e le stanze all’interno dei quali cibi e note si sono incontrati, cambiando il corso della storia: si dice che in una cucina Little Richard abbia urlato i primi vagiti del rock. Ci porta a scoprire i profumi della musica e la musica degli aromi e delle spezie, come ci insegnano i Pink Floyd e Simon e Garfunkel. E ancora gli ingredienti dei menù musicali creati per i Beatles e i Rolling Stones, i “disguidi” e le incomprensioni tra piatti e musicisti – per non parlare degli alcolici – fino ad arrivare all’avventura dei giorni nostri dei food e talent show, presenti in realtà nella storia della televisione fin dai suoi albori. Un viaggio in cui John N. Martin cerca di riportare il confuso rapporto di oggi tra musica e gastronomia a un contesto più umano, in cui l’armonia tra gusto e udito è indice di benessere.

Gast(rock)nomia, edito da Arcana Edizioni, è un susseguirsi di aneddoti, racconti, analogie e interviste, storie di cucina e rock’n’roll, che hanno come comune denominatore la passione per un’arte e la ricerca del piacere. Nonostante sia in circolazione da qualche mese, è un libro piuttosto unico nel suo genere. Abbiamo incontrato il suo autore per capire cosa lo differenzia dai saggi e i manuali di cuochi griffati o casalinghe blogger d’assalto.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro come Gast(rock)nomia?
Diciamo che ho voluto, come sempre, rapportare due tra le mie più grandi passioni – in questo caso musica e cucina – e condividerle con i lettori. Poi, vista l’onda dei talent show, da X Factor a MasterChef, per cui sembra che tutti dobbiamo cucinare con le cuffie, ho trovato fosse il momento ancora migliore per scrivere questo libro. In più dopo anni di saggistica, ho sentito la necessità di cambiare, di scrivere qualcosa di più comunicativo, che mi rappresentasse. Di più “appetibile” se mi si passa il termine. Sono andato in cerca di informazioni che suffragassero questo dualismo tra musica e cucina, e ne ho trovate da vendere.

Come e dove ha recuperato il materiale presente nel libro?
Molto del materiale lo avevo già in testa essendo da vent’anni cuoco e analista musicale. Il resto l’ho trovato nei miei archivi, in rete, nei dischi e su pubblicazioni varie. Il problema però non è stato tanto reperire le informazioni, quanto strutturarle. E così ho pensato di restituire al lettore il rapporto tra musica e cucina in una maniera che non fosse semplicemente didascalica, come in un bigino di gastronomia o in un ricettario, ma di espanderlo ad altri stati della coscienza, dividendo i capitoli per sensazioni: passioni, luoghi, incroci, profumi… Una lettura “emozionale”, ecco, un po’ come nella canzone di Billy Joel “Scenes from an Italian restaurant” in cui due amanti si rincontrano dopo tanto tempo, e con la complicità di un bicchiere di vino, ritrovano emozioni di tempi andati che altrimenti non avrebbero recuperato.

Tra le curiosità che ha trovato, qual’è quella che l’ha colpito di più?
Non saprei. In Gast(rock)nomia ci sono tanti di quegli aneddoti che sembrano sempre uno più incredibile del precedente. Tanto per farti qualche esempio: Giulio Cesare che invita 50.000 persone a un suo banchetto; Frank Sinatra che da Montecarlo vola a Genova per il pesto di Zeffirino; Elvis Presley che si fa 2.000 chilometri, su un aereo privato e in piena notte, per sbafarsi diciannove panini ipercalorici; De André che si mangia un topo; Haendel che suonava l’organo seduto su una botte piena di delizie alimentari; e i Rolling Stones che venivano in Italia perché adoravano le nostre uova fritte (!)… Ce n’è davvero per tutti i gusti.

E oggi qual è il legame tra musica e cucina?
Certamente oggi c’è più consapevolezza e selettività riguardo a ciò che si mangia o si ascolta. Voglio dire: c’è più informazione, più attenzione ai vari livelli qualitativi, più contaminazione.
Però c’è anche una pericolosa tendenza a centrifugare il tutto, quasi come se musica e cucina, anziché due arti, fossero invece merci qualsiasi che non bastano più a se stesse. Che hanno bisogno di un plusvalore per sopravvivere. Da un lato c’è il cuoco-superstar che scrive, presiede e pontifica, dall’altro, la pasta e fagioli di Irene Grandi, la peperonata di Rossana Casale e i budini di Platinette.
Sarà che quando c’è crisi, la gente ha bisogno di miti…

A quale musicista o personaggio della musica si sente più vicino gastronomicamente parlando?
Diciamo che mi piacevano molto l’umiltà e l’apertura mentale di Battisti: una persona semplice e amante della tradizione, ma allo stesso tempo aperta a qualunque esperienza. Anche Rossini però: un vero gourmet che, come me, non si è mai fatto mancare nulla. Soprattutto in termini di qualità. Certo, io non ho il suo portafoglio, ma a quel punto preferisco mangiare (e ascoltare) meno, ma meglio: ingredienti freschi e di stagione, cibi sani e genuini, piatti semplici ma anche molto ricercati, e ogni tanto… qualche follia. Alla fine spendi lo stesso, ma almeno sarai una persona appagata e felice: uno che compensa in bellezza le fatiche del vivere.
Insomma… un vero gast(rock)nomo.

di Vanna Sedda

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