“Rai e Governo, solo ipotesi e illazioni”, dicono oggi fonti di Palazzo Chigi. Fatto sta che la bufera del caso Verrosollevato due giorni fa dal Fatto Quotidiano, riaccende riflettori e frizioni sui rapporti tra informazione pubblica e partiti. Renzi, stando alle ricostruzioni di questi giorni, vorrebbe una Rai diretta da un Cda snello e sopratutto liberata, finalmente, dal giogo dei partiti e della politica. Almeno a parole, perché come farlo diventa un tutt’uno col problema. La soluzione, per altro, si fa impellente, perché il consiglio di amministrazione di Viale Mazzini scade ad aprile. Se non interverranno novità, sarà prolungato e poi rinnovato, quando sarà, con la Legge Gasparri, la stessa che dal 2004 ad oggi ha istituzionalizzato l’ingerenza della politica e le nomine alla Commissione di vigilanza. E allora, ecco l’ipotesi che piace a Palazzo Chigi: sminare la Rai dai partiti attraverso un decreto legge. Renzi non lo ha mai detto ufficialmente. Ma sarebbe questa l’arma da usare per cambiare rapidamente la governance del servizio pubblico. Una strada lastricata di ostacoli perché mai, fino ad oggi, è stata intrapresa. Nessun governo ci è arrivato. E proprio a questo si appigliano i partiti per non perdere il loro ventennale potere sulla Rai.

I detrattori dell’intervento a gamba tesa prendono sotto braccio la Costituzione. Lamentano, preventivamente, che non ci sono i “presupposti d’urgenza” per un decreto. E s’appellano pure al nuovo Presidente della Repubblica “Mattarella non firmerà un simile intervento”. E tuttavia, un intervento non pare più rinviabile. Sopratutto dopo il muro elevato dai partiti al piano di autoriforma predisposto dal dg Luigi Gubitosi e sonoramente cassato da tutte le forze politiche che siedono nella Commissione di Vigilanza Rai. Era stato presentato come un primo, magari timido, tentativo di arginare l’ingerenza da dentro l’azienda. Non è passato per voto contrario unanime dei consiglieri di vigilanza, Cinque Stelle compresi. Sbarrata questa strada è il premier che preme per una via d’uscita, senza escludere l’intervento a gamba tesa, spingendosi laddove nessuno mai: il decreto e l’urgenza. Dalle fila dei consiglieri del premier calano consigli di prudenza: meglio un disegno di legge con proroga del consiglio ad libitum. Ma i tempi parlamentari sono noti a tutti e questa soluzione non potrebbe disinnescare il rischio dell’ennesimo giro di poltrone assegnate dai partiti.

E’ in questa empasse che s’infila perfettamente la vicenda dell’ “editto bulgaro bis” tramite per mano di Antonio Verro, consigliere Rai di riferimento per Forza Italia che nel 2010 faxava ad Arcore il piano per sabotare otto programmi del servizio pubblico non allineati a B. Se non si prestasse bene a rilanciare un progetto Rai targato Renzi, la vicenda forse non avrebbe attratto l’attenzione del Premier. E invece è la tempesta perfetta. Con la rituale formula “fonti di Palazzo Chigi”, il Renzi fa filtrare tutto il suo sdegno: “E’ una vergogna”. Ma l’indomani sempre le stesse bollano come illazioni e ricostruzioni fantasiose se senza fondamento le notizie circa pressioni del premier per arrivare a un decreto. Quel che pare certo è il riflesso lento dell’azienda pubblica sulla vicenda. Del caso Verro si occuperà il Consiglio di Amministrazione fissato per giovedì prossimo. La questione verrà posta dal presidente di viale Mazzini Annamaria Tarantola che però non l’ha formalmente inserita all’ordine del giorno. Il consigliere, sulla poltrona da sei anni, dovrà fornire spiegazioni non solo ai consiglieri ma anche al Comitato Etico dell’azienda. Unico rischio, una nota di richiamo o biasimo. Magari via fax.