“La Fininvest di Berlusconi vende il 7,79% di Mediaset” scendendo dal 40% al 33% della proprietà del gruppo televisivo. “Vigilanza, ok con ritocchi al piano Tg”, ovvero alla unificazione organizzativa delle newsroom, ferma restando la diversità delle sigle e dei conduttori in onda.

Sono due passetti verso l’uscita dal duopolio. Ce n’è ancora di strada da fare, ma la direzione è quella giusta, verso l’uscita dal sistema televisivo –e, anzi, dei media nel loro complesso- nato negli anni ‘70. Un’uscita che, più che al merito di qualcuno va attribuita agli effetti del venir meno quasi naturale, e comunque inarrestabile, dei due pilastri del duopolio:

1) il modello di business di Mediaset, “quasi monopolista della pubblicità”, che però postula per quella televisiva una dominanza che oggi è infragilità dalla progressiva crescita degli annunci commerciali su internet;
2) la concentrazione delle risorse economiche dell’azienda pubblica nella fabbrica del cosiddetto “pluralismo”, ovvero i numerosissimi tg ereditati dal pulviscolo lottizzato degli anni ’70.

Per decenni i due pilastri si sono sostenuti l’un l’altro, perché “quella” Rai è servita a ingombrare il campo all’ingresso di eventuali concorrenti davvero commerciali di Mediaset e, reciprocamente, “quella” Mediaset ha sempre tifato per l’esistenza di quella Rai. In un quadro di “combutta oggettiva”, che sussisteva per ragioni strutturali, al di là dell’orientamento più o meno agonistico della dirigenza di turno nell’azienda pubblica nei confronti del monopolista privato (anche lui piuttosto politico, come ognun sa).

Ora è chiaro che, nonostante i due piccoli ma significativi fatti da cui siamo partiti, Berlusconi è ancora il padrone di una Mediaset che è ancora quella di prima (sia pure acciaccata) e che ce ne vorranno di sforzi, quasi sovrumani, per dare forma a una “nuova Rai” a partire dalla indispensabile e preliminare messa in pratica del disegno dei servizi informativi malvolentieri accettato dalla Commissione di Vigilanza e dai giornalisti di Viale Mazzini (ai quali, del resto, si può chiedere di essere obiettivi, ma non di fare gli eroi fino al punto di acclamare una svolta che postula la rimessa in discussione di ruoli e aspettative di vita di tante persone in carne e ossa).

Ma la sensazione, sarà per la voglia di vedere a tutti i costi una luce in fondo al tunnel, è che, vivo, convalescente o defunto che sia il Patto del Nazareno, si stiano creando le condizioni per quella “distruzione creativa” che è l’unica alternativa al lasciare che le cose marciscano dove e come sono. Basta aspettare e sapremo se e quanto dovremo pentirci del briciolo di non pessimismo che ci è or ora sfuggito.