Il marito è morto da oltre quattro anni, ma ora la vedova potrà provare a rimanere incinta grazie all’impianto degli embrioni che la coppia fecondò e congelò nel 1996. È una decisione destinata a fare discutere quella del tribunale civile di Bologna, che con un provvedimento d’urgenza ha dato il suo benestare all’intervento. Il Policlinico Sant’Orsola di Bologna infatti nel 2012 si era rifiutato di procedere all’operazione, per non incorrere in una possibile violazione della Legge 40 del 2004, la discussa norma che regola la procreazione medicalmente assistita. La donna, ferrarese e che oggi ha 50 anni, nel 1996 tentò assieme a suo marito (sposato nel 1993) l’impianto di un embrione. Ma l’intervento fallì. Tuttavia i coniugi decisero di congelare gli otto embrioni ‘prodotti’ rimasti, in attesa di riprovarci. Sino al 2010 poi, ogni anno la coppia aveva sempre ufficialmente confermato la volontà di non ‘abbandonarli’.

Proprio nel 2010 il marito dopo lunga malattia muore e nell’ottobre 2012 la moglie decide di ritentare l’impianto. Ma a questo punto il Policlinico Sant’Orsola si oppone. Il rischio di violazione della Legge 40, nel frattempo entrata in vigore, è altissimo: e le sanzioni, sino a 400 mila euro, salatissime. La direzione, dell’ospedale bolognese cita l’articolo 5 della norma, che prevede che i genitori siano “entrambi viventi” al momento del trattamento. Così il Policlinico, visto che il padre dell’embrione non c’è più e quando era in vita non ha dato il consenso a un nuovo impianto, ma solo al proseguimento del congelamento, rigetta la richiesta. La donna però non demorde e, assistita dall’avvocato Boris Vitiello del Foro di Bologna,va davanti al tribunale civile. Così il 3 febbraio il collegio composto dalle giudici Matilde Betti, Maria Fiammetta Squarzoni e Bianca Maria Gaudioso ha disposto che la donna possa fare l’impianto. E possa farlo, se vorrà, con urgenza, vista l’età.

I giudici nella loro sentenza non criticano, ma anzi basano la loro decisione proprio sulla Legge 40 e sulla parte che regola le procreazioni cominciate prima dell’entrata in vigore. Secondo il collegio se è vero che il consenso dato dalla coppia fino al 2010 riguardava solo il congelamento, noto come “crioconservazione”, è però evidente che il marito non voleva lasciare quegli otto embrioni in ‘stato di abbandono’. Implicitamente quindi pensava di riprovare a impiantarli. Non solo: secondo il tribunale tutta la procedura di procreazione non inizierebbe oggi, ma nel 1996 quando per la prima volta la coppia tentò l’impianto di un embrione e poi, quando questo fallì, conservò i rimanenti in attesa di un nuovo tentativo di impianto. Un unico procedimento dunque che ha già avuto nel 1996 l’ok da parte del marito ora defunto e che fino al 2010 aveva detto di non volere lasciare in abbandono quei suoi embrioni.

Le giudici Betti, Squarzoni e Gaudioso – rifacendosi a successive linee guida alla Legge 40 emanate nel 2008 – spiegano infine che la decisione di ‘trasferire’ l’embrione dai freezer al proprio corpo spetti solo alla donna e a nessun altro. Quindi ipoteticamente, se anche il marito fosse rimasto in vita, lei avrebbe potuto decidere di impiantare uno o più di quegli embrioni senza il consenso di lui.