C’è una relazione dell’Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici che porta la data del 15 gennaio 2009 ed elenca una sfilza di gravi irregolarità nei lavori per il nuovo porto di Molfetta, opera faraonica da 70 milioni di euro (poi esplosi in modo incontrollabile e tuttora lievitanti) voluta dal senatore Antonio Azzollini, Ncd, potente presidente della Commissione bilancio del Senato ed ex sindaco della cittadina in provincia di Bari. Da quel documento, trasmesso alla Procura Trani, è nata l’inchiesta con 62 indagati che il 7 ottobre 2013 ha portato all’arresto di due persone: il responsabile unico dell’appalto per il Comune, Vincenzo Balducci, e il procuratore speciale della Cmc, l’azienda appaltarice, Giorgio Calderoni. E all’accusa, per Azzollini, di truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, falso in atto pubblico, abuso d’ufficio, violazione delle normative ambientali, violazione della normativa sul lavoro, violenza e minaccia a pubblico ufficiale. In mezzo, il 12 marzo 2013, il sucidio del dirigente del settore appalti del Comune di Molfetta, Enzo Tangari, che si è lanciato in mare con la sua Panda dal molo del porto vecchio nei giorni in cui la polizia giudiziaria acquisiva in Municipio i documenti necessari a chiudere l’inchiesta.

IL SALVATAGGIO DEL PD E L’ADDIO DI CASSON. Tra la relazione dell’Authority e il disvelamento dell’inchiesta penale, Azzollini è riuscito a restare sindaco di Molfetta fino al 2012, a essere ripresentato al Senato dal Nuovo centrodestra di Angelino Alfano nel 2013, a essere quindi riconfermato – e nessuno in aula ha sollevato mezza obiezione – alla presidenza della Commissione bilancio di Palazzo Madama, snodo di finanziamenti e coperture della spesa pubblica. Dove tuttora siede, e pazienza se tanto l’autorità di vigilanza sugli appalti quanto la magistratura di Trani contestano ad Azzollini e alla sua amministrazione di aver truccato i conti del Comune dirottando i cospicui fondi del porto per altri scopi. Nel frattempo le casse dello Stato hanno continuato a foraggiare il cantiere del porto di Molfetta con un fiume di soldi del contribuente, compresi i dieci milioni “per il completamento della diga foranea” inseriti nella legge di Stabilità 2015 approvata a fine dicembre. E quando a palazzo Madama è arrivata la richiesta del gip di Trani di utilizzare alcune intercettazioni telefoniche in cui compariva Azzollini (non direttamente intercettabile senza autorizzazione parlamentare), il Pd ha fatto quadrato e lo ha “salvato” votando contro, ma provocando parecchi mal di pancia tra i dem, a cominciare dal senatore Felice Casson, che da quel giorno si è autosospeso dal gruppo Pd e ha poi deciso di ricandidarsi a sindaco di Venezia. Indicando, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano del 27 dicembre 2014, il no alle intercettazioni contro Azzollini come la “ferita maggiore” della sua esperienza da parlamentare di Matteo Renzi. Il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola parlò in proposito di “sconce intese”.

UN APPALTO DA 57 MILIONI. FINANZIATO CON 169. La gara per il Porto di Molfetta è indetta nel 2006 al massimo ribasso con un importo base di 69 milioni di euro. Se l’aggiudica l’anno successivo l’associazione temporanea di imprese guidata dalla Cmc di Ravenna, regina delle coop rosse cementizie. Importo: 57 milioni di euro. Poi, però, per le tasche del contribuente le cose sono andate molto peggio. E’ proprio la relazione dell’Autorità di vigilanza a sottolineare, già nel 2009, “la non completa definizione del progetto definitivo dei lavori, che non consente la completa definizione dei costi e dei tempi per la realizzazione dell’intervento”.

Nel giugno 2013 una coalizione di centrosinistra ha strappato a sorpresa il Comune di Molfetta al candidato di Azzollini, che non poteva più ripresentarsi per raggiunto limite di mandati. Il nuovo sindaco è Paola Natalicchio, 34 anni, indipendente che si autocolloca “tra Pd e Sel“, con una biografia opposta a quella del senatore Ncd, che di mestiere fa l’avvocato tributarista: ex giornalista dell’Unità e di Pubblico, ex collaboratrice della rivista “Mosaici di pace”. Una delibera della nuova giunta, datata 25 novembre 2014, elenca tutti i finanziamenti statali ricevuti dal Comune di Molfetta per realizzare il porto. La somma ammonta a 159 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i dieci milioni dell’ultima manovra: 169 milioni, dunque, a fronte di un’opera appaltata sette anni fa a una cifra tre volte più piccola. Dove sono finiti tutti questi soldi? E’ il cuore dell’inchiesta coordinata inizialmente, su filoni separati, dai pm Michele Ruggiero e Antonio Savasta, che poi ha continuato a condurla insieme a Francesco Giannella e Giuseppe Maralfa (quest’ultimo, però, ha lasciato la Procura di Trani a marzo). 7,8 milioni sono andati alla Cmc e alle altre appaltarici, nel 2010, a titolo di “transazione”, in pratica un risarcimento chiesto dalle aziende stesse per il fermo dei lavori dovuto alla presenza di migliaia di ordigni bellici sui fondali del bacino portuale, che rendevano impossibile il dragaggio dell’area (da qui l’accusa di truffa alla Stato contro Azzollini). Nel 2008, appena due anni dopo la gara, la giunta di Molfetta guidata dal sindaco-senatore approva un progetto esecutivo da 72 milioni di euro, che in pratica si beve tutto il ribasso ottenuto in gara e lascia nelle tasche di Cmc e compagnia persino quache spicciolo (si fa per dire) in più.

I FONDI DEL PORTO? NELLA PISTA DI ATLETICA. Gli altri copiosi fondi ottenuti dallo Stato, ricostruiscono i pm, vengono dirottati dall’amministrazione Azzollini verso esborsi che con il porto non hanno nulla a che fare (da qui le accuse di falso). Tra queste, 624mila euro in incentivi ai dipendenti comunali e una valanga di spese correnti. Compresi, spiegano i pm, “111.526 euro in “cancelleria e stampa” e 34.378 euro in “conti di risoranti”. Dalla ricognizione realizzata dalla nuova giunta di Molfetta, emerge che negli anni i fondi stanziati da “finanziarie” e leggi ad hoc per “la diga foranea” sono stati impiegati per opere di urbanzzazione primaria (2,5 milioni di euro, soprattutto per nuovi marciapiedi), una pista di atletica (a cui sono stati imputati oltre tre milioni di euro), la ristrutturazione del palazzetto dello sport (221mila euro), la ristrutturazione del centro minori (300mila euro), gli stand e le tende da sole per i fruttivendoli del “mercato diffuso” (375mila euro). Opere in parte anche meritevoli, ma ben pochi sindaci italiani hanno avuto la stessa fortuna di questa graziosa cittadina di 60mila abitanti. “Era nato come porto ed è diventato il salvadanaio del Comune di Molfetta”, sintetizza Guglielmo Minervini, Pd, assessore regionale alla trasparenza in Puglia ed ex sindaco di Molfetta. Le monetine, naturalmente, ce le mettono i contribuenti. Minervini, che conosce Azzollini da molto vicino, è un altro dem a cui il salvataggio in Senato non è andato giù: “Da questa vicenda viene fuori che Azzollini è intoccabile, non solo per il centrodestra, ma anche per il Pd. E fino a quando non saranno chiare le ragioni per le quali anche il Pd considera intoccabile Azzollini, la mia coscienza personale e politica sarà in rivolta”, si sfoga con ilfattoquotidiano.it.

Altro aspetto incredibile di questa vicenda, il dirottamento dei fondi del porto è stato in parte legalizzato con una norma del 2005 (il dl 203 poi convertito in legge), secondo la quale i fondi da quel momento in poi stanziati per il porto di Molfetta potevano essere utlizzati anche per “la realizzazione di opere di natura sociale, culturale e sportiva”. Molte spese, però, ricadono fuori dalle pur larghissime maglie cucite addosso al Comune di Molfetta da sapienti mani legislative. Secondo i pm di Trani, l’amminsitrazione Azzollini ha comunque abusato di quei soldi per far risultare nel bilancio del Comune un “fittizio equilibrio economico”, nonché per attestare “falsamente” il rispetto del patto di stabilità, croce di tanti Comuni. In sintesi, scrivono i pm, nel 2011 e 2012 il Comune retto dall’attuale presidente della commissione Bilancio del Senato “sostituiva le spese d’investimento con uscite non aventi tale natura, e ‘copriva’ queste ultime a carico dei finanziamenti e trasferimenti finalizzati alla costruzione del nuovo porto commerciale”.

E IL PORTO? NON C’E’. E IL CANTIERE E’ BLOCCATO. Va bene, ma il porto? Non c’è. E molti dubitano che vedrà mai la luce. Otto anni dopo la gara d’appalto, “i lavori sono realizzati al 60%”, afferma il sindaco Natalicchio. Il cantiere è fermo, sotto sequestro dal 7 ottobre 2013, il giorno degli arresti. Ma anche prima i lavori procedevano molto a rilento, sempre per la famosa questione degli ordigni. Ora è previsto un intervento di pura messa in sicurezza, finanziato a parte, per evitare che con le mareggiate invernali giganteschi cassoni di cemento armato si mettano a scarrocciare per l’Adriatico, come stava per succedere l’anno scorso.

Quello che si vede oggi è un ecomostro semisommerso, una colata di cemento. “Non è stato costruito il secondo ‘molo di sopraflutto”‘, che offre ridosso dai venti dominanti che insistono sulla bocca di porto protegge dai venti, e le lavorazioni sulla “cassa di colmata” non sono state completate, spiega il capitano di fregata Flavio Stefano Lagrasta, comandante della Capitaneria di porto di Molfetta. L’area intorno al cantiere, intanto, sta diventando una discarica in cui i ladri di rame spellano i cavi elettrici e i gestori dei bar lasciano a fine stagione gli ombrelloni ormai sfasciati dei dehors. Ovunque sono allineati centinaia di tetrapodi, che non sono alieni di Guerre stellari, ma blocconi di cemento che buttati in mare si incastrano l’uno con l’altro per formare le barriere frangiflutti. Qualcuno ha avuto tempo e modo di vergare una scritta cubitale sul pontone che collega l’incompiuta cassa di colmata con la terraferma: “No grandi opere” (vedi fotogallery). Manca poi ancora del tutto il progetto per il centro servizi. Sul cartellone che indica gli estremi dell’appalto, la data di consegna è stata corretta con una pecetta: 2 aprile 2015, invece del 13 gennaio 2012 inizialmente previsto.

In Comune confermano che a fonte dei 169 milioni di euro staziati dallo Stato in questi tempi di vacche magre non è mai esistito qualcosa di simile a un business plan o, almeno, un’analisi costi-benefici. “Zero carbonella”, sintetizza efficacemente il nuovo sindaco. “Eppure siamo di fronte alla terza grande opera marittima in corso in Italia, dopo il Mose e il nuovo porto di Civitavecchia”. Molfetta un porto ce lo ha già. Si apre davanti al delizioso centro storico (rimesso a nuovo grazie al proetto europeo Urban): “Un tempo ospitava circa 400 pescherecci e in Adriatico era secondo solo a San Benedetto del Tronto”, spiega il comandante Lagrasta. Poi la crisi ha colpito duro e oggi molte bitte restano libere da ormeggi. Quanto al traffico commerciale, spiega ancora Lagrasta, “il porto movimenta attualmente merci ‘rinfuse’, per esempio granaglie e pellets e sul finire del 2014 i dati statistici hanno testimoniato un trend in ripresa”. L’ampliamento, se mai sarà completato, non comporterà un aumento significativo della profondità dell’acqua, perciò Molfetta non potrà diventare approdo di navi più grandi, men che meno dei giganti delle crociere. Questo, caso mai, “dipenderà negli anni a venire anche dalla possibilità di effettuare dragaggi e aumentare la profondità delle acque portuali, sempre che siano state predisposte le infrastrutture di banchina per una determinata tipologia di navi che si intende portare sullo scalo, Ro-Ro (traghetti mercantili, ndr) oppure container”. Comunque, nel caso, si imbarcheranno e sbarcheranno essenzialmente camion, dato che nessun collegamento ferroviario è previsto. L’unica certezza è che un’area di buon interesse naturalistico e artistico (il cantiere sorge esattamente davanti alla Madonna dei Martiri e ai suoi novecento anni di storia) resterà segnata per sempre (da qui le accuse ad Azzollini e soci di violazioni ambientali).

Se il porto sarà completato o meno, molto dipenderà dalla bonifica dagli esplosivi sommersi. Dal 2009 gli artificieri del Nucleo Sdai (Servizio difesa antimezzi insidiosi) della Marina militare sono di stanza a Molfetta per mondare dagli ordigni il sogno di grandezza del senatore Azzollini (altra spesa extra rispetto all’appalto). “Lo Sdai  sta ultimando il lavoro”, continua il comandante. “Terminata la bonifica e dissequestrato il cantiere, si avranno le condizioni affinché gli enti competenti  possano nel futuro pensare all’ultimazione delle attuali strutture portuali e definire eventualmente un più preciso profilo funzionale dell’infrastruttura”. Eventualmente.

IL NUOVO SINDACO: “DANNO PIU’ LAVORO I BED&BREAKFAST”. Ora il nuovo sindaco Paola Natalicchio ha il suo bel da fare, prima di tutto a rimettere ordine nei conti lasciati da Azzollini, che neanche il commissario prefettizio, unico caso in Italia, ha voluto firmare entro i termini di legge prima di lasciare l’ufficio. Fosse per lei, quel porto faraonico dall’incerta utilità non lo avrebbe neanche mai pensato. Si dice favorevole a un altro modello di sviluppo, basato sull’agricoltura sostenibile, sul turismo. “Nei bed&breakfast lavorano più molfettesi di quelli fino a oggi impiegati nei lavori del porto, che sono appena nove”, rivendica. Ma il porto ormai “voglio finirlo, perché così com’è oggi è uno sfregio”. Così come intende portare a termine i lavori “extra porto” iniziati da Azzollini, dalla pista di atletica al centro minori, con i fondi garantiti dalle miracolistiche leggi “ad Comunem” sopra ricordate. Una posizione invidiabile la sua, rispetto a sindaci che fanno acrobazie fra tagli agli enti locali e rispetto del patto di stabilità. Ma anche delicata, perché la brusca fine del doping finanziario darebbe frecce all’arco dell’opposizione azzollinana e certo non la renderebbe popolare fra gli elettori. Il 20 gennaio il municipio è stato letteralmente assaltato, a suon di insulti e minacce, da decine di persone che protestavano contro nuove regole più stringenti in fatto di sussidi.

Paola Natalicchio indica la sua scrivania, un’angolare massiccia bianca, di buon design: “Era quella della segretaria dell’ex assessore ai Lavori pubblici, comprata con i soldi delle urbanizzazioni primarie, a loro volta pagate con soldi del porto”. Appena arrivata, il sindaco ha avviato la “rotazione” dei dirigenti più coinvolti, tra ricorsi, pressioni, altre minacce. La Cmc si è rifatta viva e nel luglio 2013 ha chiesto una nuova transazione da 21,5 milioni, in una lettera firmata da Calderoni (quello che due mesi più tardi sarà arrestato) che ancora richiamava la “smodata” presenza di ordigni bellici sul fondale. Lei ha risposto picche e ha messo tutto in mano a un avvocato. Cosa che , curiosamente, il suo predecessore non aveva fatto. (Ha collaborato Mary Tota)